Nel Mediterraneo antico le isole non furono soltanto terre circondate dal mare. Alcune assunsero agli occhi degli uomini un valore diverso: divennero dimore degli dèi, sedi di santuari, luoghi dei morti, punti di riferimento per i naviganti. Talvolta fu il mito a renderle sacre; altrove un santuario, una montagna, una grotta, una sorgente o forse la posizione stessa dell’isola lungo una rotta.
Che cosa rende, dunque, sacra un’isola?
Non esiste nel mondo antico un’unica categoria di «isola sacra». Esistono differenti processi attraverso i quali una comunità attribuisce sacralità a uno spazio insulare. L’isola possiede già, per sua natura, una caratteristica particolare: il mare traccia intorno ad essa un confine. Per raggiungerla bisogna attraversarlo. Ogni approdo diventa così un passaggio fra due spazi. Questa separazione fisica può acquistare valore simbolico. Ma un’isola può assumere significato anche per chi non vi abita e forse neppure vi approda. Per comprenderlo bisogna cambiare punto di osservazione e guardare le isole dal mare.
Delo: quando il mito consacra l’isola
Il paradigma più celebre è Delo. Secondo il mito, Latona, perseguitata da Era perché portava nel grembo i figli di Zeus, cercava una terra disposta ad accoglierla. Delo, isola errante, le offrì rifugio.
Qui nacquero Apollo e Artemide e l’isola venne finalmente fissata al fondo del mare.
La geografia divenne mito e il mito trasformò una piccola terra rocciosa delle Cicladi in uno dei maggiori centri religiosi del mondo greco. Il santuario di Apollo assunse carattere panellenico: pellegrini, delegazioni e offerte vi giungevano da regioni lontane.
Delo rappresenta un primo modello: l’isola consacrata dal mito e dalla presenza divina. Non è semplicemente il tempio a essere sacro. L’intero territorio partecipa alla narrazione religiosa: il monte Cinto, il santuario, il luogo della nascita divina e persino il mare attraverso il quale arrivano i pellegrini.
Malta e Gozo: la pietra guarda il mare
Molto più antico è il paesaggio religioso dell’arcipelago maltese. Fra IV e III millennio a.C. le comunità neolitiche di Malta e Gozo costruirono straordinari complessi megalitici: Ġgantija, Ħaġar Qim, Mnajdra, Tarxien. Qui la sacralità sembra materializzarsi nella pietra.
Ma molti secoli più tardi, a Ras il-Wardija, sull’estremità occidentale di Gozo, troviamo qualcosa di particolarmente interessante per il nostro discorso: un luogo di culto punico-romano posto sopra un promontorio dominante il mare.
Qui il luogo sacro non appartiene soltanto alla terra: guarda la rotta. Il promontorio è contemporaneamente spazio geografico e spazio religioso. Il navigante può riconoscerlo dal mare; chi approda può raggiungerlo; chi riparte può affidare alla divinità la propria traversata.
È un passaggio fondamentale: paesaggio, navigazione e sacro cominciano a sovrapporsi.
La pietra e i morti
Esiste poi una relazione antichissima fra insularità e mondo funerario. Il mare separa. Attraversarlo significa abbandonare una riva per raggiungerne un’altra, e questa esperienza concreta ha potuto alimentare immagini nelle quali il viaggio sull’acqua diviene metafora di altri passaggi.
Pantelleria offre un paesaggio straordinario. I grandi sesi, monumenti funerari costruiti con pietre vulcaniche, sembrano quasi proseguire la natura geologica dell’isola.
Non occorre sostenere che Pantelleria fosse nel suo complesso un’«isola sacra». Il suo caso suggerisce qualcosa di più prudente e interessante: il paesaggio insulare stesso può partecipare alla costruzione dello spazio funerario e religioso.
La pietra naturale e quella collocata dall’uomo, il rilievo, l’isolamento e il mare circostante appartengono alla medesima esperienza del luogo.
Navigare significava leggere il paesaggio
Per il navigante antico il Mediterraneo non era lo spazio uniforme che appare oggi su una carta geografica. Era una successione di segni: profili montuosi, promontori, isole, scogli, baie, sorgenti e ridossi. Navigare significava leggere il paesaggio.
Prima della moderna navigazione strumentale, la terra visibile costituiva uno degli strumenti fondamentali dell’orientamento. Una montagna che emergeva dall’orizzonte non era semplicemente una montagna: confermava una posizione, indicava una direzione, annunciava una costa.
È qui che geografia nautica e geografia sacra possono incontrarsi.
Il marinaio antico affrontava un ambiente dominato dall’incertezza. Il vento poteva cambiare, la costa scomparire, una tempesta trasformare una traversata ordinaria in una lotta per la sopravvivenza. All’esperienza nautica si accompagnava pertanto il ricorso alle divinità protettrici.
Tecnica e religione non erano necessariamente alternative.
Un promontorio poteva indicare materialmente una posizione e nello stesso tempo ospitare un santuario. Una sorgente consentiva di rifornirsi d’acqua e poteva possedere valore rituale. Un’isola che compariva dopo una lunga traversata poteva essere insieme riferimento nautico, promessa di approdo e luogo affidato alla protezione divina.
Un dato proveniente proprio dalla Sicilia occidentale rende particolarmente concreta questa relazione. Un recente studio ha riesaminato una serie di cosiddette «ancore sacre», databili fra VI e III secolo a.C., provenienti soprattutto dai fondali delle province di Palermo e Trapani: oggetti nei quali lo strumento nautico per eccellenza poteva trasformarsi in offerta votiva.
Le rotte, inoltre, producono memoria. Generazioni di marinai riconoscono gli stessi promontori, cercano gli stessi ripari, aspettano la comparsa delle stesse montagne.
Non possiamo trasformare ogni punto di riferimento nautico in luogo sacro. Ma possiamo riconoscere un meccanismo fondamentale: ciò che indica la strada può diventare anche ciò a cui ci si affida.
L’isola diventa così qualcosa di più di una terra circondata dall’acqua.
Diventa segno nel mare.
Hiera: la montagna nel mare
È a questo punto che possiamo avvicinarci a Marettimo.
Oltre Favignana e Levanzo, verso occidente, l’isola emerge bruscamente dal mare raggiungendo con Monte Falcone i 686 metri. Per chi arriva dal largo non appare innanzitutto come una costa, ma come una grande massa montuosa isolata.
Prima ancora di distinguere un approdo o qualsiasi opera dell’uomo, il navigante vede la montagna.
Un rilievo tanto elevato possiede una notevole visibilità marittima. Marettimo ha dunque quella che potremmo definire una vocazione naturale all’orientamento.
La sua posizione accentua questa caratteristica: è la più occidentale delle Egadi, avanzata verso il settore marittimo che collega la Sicilia all’Africa settentrionale e alle rotte del Mediterraneo occidentale. Le fonti antiche ne confermano concretamente l’importanza nautica. Nel 241 a.C., alla vigilia della battaglia delle Egadi, Polibio ricorda la flotta cartaginese presso l’isola; l’Itinerarium Maritimum la colloca esplicitamente nel passaggio fra Sicilia e Africa.
Per chi arrivava da occidente la montagna poteva annunciare la Sicilia; per chi lasciava la Sicilia poteva costituire uno degli ultimi grandi riferimenti visivi. Terra d’arrivo e terra di partenza.
Ed è proprio quest’isola che le fonti antiche designano con un nome straordinario. Polibio la ricorda come Hierà; Tolomeo conserva ancora il toponimo Hierà, mentre altre testimonianze tramandano Hieronnesos. Solo più tardi l’Itinerarium Maritimum registra Maritima.
Hiera: la Sacra.
Perché?
Non possediamo una risposta definitiva. Nessun grande santuario finora conosciuto consente di spiegare inequivocabilmente il nome. Ed è bene non inventarlo.
Sul pianoro delle Case, a circa 250 metri sul mare, strutture antiche e sorgenti documentano tuttavia una frequentazione prolungata. Lo stesso decreto ministeriale di tutela del 2002 ricorda il toponimo antico hieronesos, il muro megalitico preromano, le strutture romane in posizione dominante e i frequenti rinvenimenti subacquei di anfore e ceppi d’ancora.
La presenza dell’acqua non dimostra un culto.
La montagna non dimostra un culto.
La posizione sulle rotte non dimostra un culto.
Le strutture del pianoro non spiegano, da sole, il nome Hiera.
Ma la convergenza di questi elementi autorizza una domanda.
Hiera, l’isola-orientamento
Marettimo non è Delo: non conosciamo un mito fondatore paragonabile alla nascita di Apollo.
Non è Malta: non possiede grandi templi megalitici.
Non è Pantelleria: non conosciamo un sistema funerario monumentale paragonabile ai sesi.
Eppure il suo antico nome parla di sacralità.
Forse proprio questa diversità suggerisce una strada. La sacralità di un’isola non deve necessariamente manifestarsi attraverso un grande monumento. Può nascere dalla relazione fra l’uomo e un luogo eccezionale: dalla posizione, dalla forma, dall’acqua che vi sgorga, dalla montagna che compare sull’orizzonte, dalla sicurezza che quella apparizione comunica a chi attraversa il mare.
Hiera potrebbe avere ospitato un santuario del quale non possediamo ancora testimonianza.
Potrebbe conservare la memoria di una tradizione religiosa più antica delle strutture oggi conosciute.
Ma possiamo formulare anche un’altra ipotesi: che il carattere eccezionale del luogo abbia preceduto e favorito la sua sacralizzazione.
Una montagna isolata nel mare. Un riferimento riconoscibile lungo le rotte. Acqua dolce. Un pianoro dominante l’orizzonte. Una posizione di soglia fra Sicilia, Africa e Mediterraneo occidentale.
Potremmo allora definire Hiera una isola-orientamento: non un semplice punto sulla carta nautica, ma un luogo capace di entrare nella memoria di generazioni di uomini di mare.
Qui funzione e simbolo possono essersi incontrati.
Ciò che indica la strada può diventare ciò a cui ci si affida.
È un’ipotesi, non una conclusione. Ma suggerisce una direzione di ricerca.
Forse, per comprendere perché Marettimo fu chiamata Hiera, dobbiamo smettere per un momento di cercare soltanto sulla terra il monumento capace di giustificare quel nome.
Dobbiamo tornare sul mare.
Immaginare una nave antica proveniente da occidente. Per ore soltanto acqua e cielo. Poi, sul limite dell’orizzonte, una forma scura comincia lentamente a emergere.
Prima una cima.
Poi una montagna.
Infine un’isola.
Per quegli uomini quella montagna significava posizione, direzione, approdo, acqua, forse salvezza.
E gli antichi la chiamarono: Hiera. La Sacra.
Forse è proprio dal mare che dobbiamo ricominciare a cercarne il significato.
Emilio Milana, Rosalba Panvini
