L’INFERNO NELLE MINIERE

by Gaetano Lombardo

Ascesa e decadenza delle zolfare siciliane

“Io non posso adesso sapere fino a che punto esista un inferno fisico nell’altro mondo, ma una miniera di zolfo in Sicilia è la cosa più vicina all’inferno che mi aspetto di vedere in questa vita”. Così, nel 1912, si espresse lo scrittore ed educatore americano Booket T. Washington nella sua opera The man farthest down: a record of observation and study in Europe a proposito di quell’attività estrattiva che per tanti anni ha dato alla Sicilia ed ai suoi figli lavoro (per tanti) e benessere (per pochi). Le miniere di zolfo, surfareo “pirrere” in dialetto, ed alcuni dei suoi attori protagonisti come i “pirriaturi” ed i “carusi” hanno innegabilmente segnato la storia del popolo siciliano tra la fine del ‘700 e la prima metà del ‘900, creando attorno ad esse il mito di una stagione industriale che ha lasciato il segno nell’economia, nella cultura e nella società della Sicilia.

Zolfare di Sicilia Renato Guttuso L'INFERNO NELLE MINIERE

La presenza dello zolfo nel sottosuolo siciliano, in quello che nel gergo geologico viene definito come il Bacino di Caltanissetta compreso tra le provincie di Agrigento, Enna e Caltanissetta, è legata ad un evento parossistico, noto come Crisi di Salinità del Messiniano, che ha interessato l’intero bacino mediterraneo e che ha avuto luogo circa 6 milioni di anni fa in un periodo di tempo chiamato appunto Messiniano.

A quel tempo il Mar Mediterraneo aveva una conformazione simile a quella attuale ma era collegato all’Oceano Atlantico non dallo Stretto di Gibilterra ma da due lingue di mare poco profondo localizzate tra l’attuale Spagna e Marocco. Queste due lingue di mare, in virtù di una concausa di eventi tra le quali cicliche variazioni del livello medio del mare e processi di sollevamento tettonico del fondale marino, si prosciugarono formando una barriera naturale tra l’Oceano Atlantico ed il Mar Mediterraneo che pertanto divenne come un grande lago salato andando incontro ad un intenso processo di evaporazione e lasciando quindi dietro di sé grandi distese di calcare, gesso, salgemma e sali potassici costituendo quella che i geologi hanno ribattezzato come la “serie gessoso-solfifera”. In particolare lo zolfo si accumulò in grande quantità all’interno della formazione “Calcare di Base”, che sta appunto alla base della serie gessoso-solfifera, grazie ad un’intensa attività microbica che ha generato processi di riduzione dei solfati presenti in quei paleo ambienti.

Dell’attività estrattiva dello zolfo in Sicilia se ne ha traccia già al tempo dei romani quando questi estraevano questo minerale nel sottosuolo siciliano per usi medici e per scopi bellici ma fu soltanto alla fine del XVIII secolo che lo sfruttamento di questi giacimenti iniziò ad attirare interesse e capitali, anche stranieri, in virtù della rivoluzione industriale nell’Europa di quel tempo, per la produzione di acido solforico e soda oltre che alla sempre florida industria bellica in quanto lo zolfo costituisce uno degli ingredienti principali della polvere da sparo. Per tutto il XIX secolo lo sviluppo delle “surfare” è inarrestabile grazie alla continua richiesta di zolfo proveniente dai mercati europei e addirittura dagli Stati Uniti. Si iniziano a scavare, con tecniche ancora assai rudimentali e poco sicure, gallerie sempre più profonde, illuminate dalla fioca luce delle lampade ad acetilene, pozzi e discenderie sempre più ripide e strette, con alti gradini sdrucciolevoli percorsi dai carusi i quali, in virtù dei loro corpi minuti potevano percorrere gli angusti cunicoli che collegavano il fronte di scavo dai forni in superficie per la raffinazione del minerale.

La tecnica di raffinazione dello zolfo ha subito anch’essa una evoluzione della tecnologia, specie a cavallo tra il XVIII e XIX secolo in quanto, dalle primordiali “calcarelle”, rudimentali forni utilizzati per incendiare il minerale al fine di fonderlo e separarlo dalle impurità ed altro materiale lapideo con un fondo inclinato che convogliava il minerale fuso verso la “morte” ovvero la bocca del forno oltre il quale degli stampi davano la forma alle “balate” (lastre) di zolfo raffinato, si è passati ai “calcaroni” sino ad arrivare all’apice della tecnologia per la raffinazione dello zolfo che in Sicilia sarà rappresentato dal “Forno Gill” il quale restituirà una resa di zolfo di gran lunga superiore rispetto ai suoi predecessori.

Alla fine dell’800 si contano tra i vari distretti minerari di Caltanissetta, Enna ed Agrigento (ed in piccola parte anche a Palermo e Catania) più di 700 miniere, 30 – 40.000 lavoratori e una produzione complessiva di oltre 500.000 tonnellate di zolfo. Questi dati rappresenteranno il culmine dell’attività di coltivazione e produzione dello zolfo in Sicilia in quanto, con l’inizio del XX secolo, la scoperta di tecniche di estrazione più  redditizie, come il Metodo Frasch in America, abbatterà il costo dello zolfo rendendo quello siciliano sempre meno economicamente vantaggioso e competitivo sul mercato. Solo le Grandi Guerre del Novecento, pur depauperando di lavoratori le miniere per la chiamata alle armi, daranno un po’ di ossigeno all’industria dello zolfo siciliano il quale comunque è destinato ad estinguersi. Passaggi di proprietà dei terreni e delle concessioni minerarie dagli antichi feudatari allo Stato, con l’avvicendarsi di enti pubblici che dovevano garantire la sostenibilità del processo (ultimo in ordine di tempo l’EMS – Ente Minerario Siciliano) hanno solo sortito l’effetto di prolungare una lenta agonia che trova la sua conclusione negli anni ’70 con la chiusura delle ultime miniere produttive.

Il rischio di perdere la vita durante le lavorazioni in miniera è sempre stato altissimo a causa dei frequenti incidenti che si verificavano. Le cause della maggior parte di questi erano legate alla fuoriuscita e conseguente esplosione di grisou ed il crollo delle volte delle gallerie. In questo senso le tragedie più grandi, tra le tante, si sono consumate presso la miniera Trabonella nel 1867 (42 vittime), la miniera Gessolungo nel 1881 (65 minatori tra cui 19 carusi a cui è dedicato il monumento/cimitero presso la superficie della miniera) e nel 1916 presso il giacimento di Cozzo Disi dove un crollo delle galleria provocò la morte di 89 lavoratori.

Ma oggi cosa resta della travolgente e sconvolgente storia delle “surfara” siciliane? Purtroppo il patrimonio edile e tecnologico è costituito da solo ruderi fatiscenti, macchinari e “castelletti” abbandonati e consumati dal degrado; di contro il patrimonio culturale e storico è di grande valore. Esempio sono i primi movimenti di protesta in assoluto dei lavoratori in Sicilia proprio per il miglioramento delle condizioni di lavoro all’interno delle miniere ed i primi scioperi un salario più adeguato. Anche nella letteratura siciliana le miniere di zolfo hanno lasciato traccia. Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia ne danno una romantica descrizione rispettivamente in Ciàula scopre la luna ed in Le parrocchie di Regalpietra, mentre il regista Aurelio Grimaldi porta in scena nel 1992 il film La discesa di Aclà a Floristella con una cruenta e terrificante ma realistica descrizione della quotidianità dei carusi e dei pirriaturi nella miniera di Floristella in provincia di Enna.

E cosa ne è stato dei lavoratori, attori principali loro malgrado di questa epopea? Delle loro esperienze sopravvive solo il ricordo e la memoria di ciò che è stato. Le storie dei capo mastri che sorvegliavano le attività dentro e fuori le miniere, dei “diritturi”, dei raggiuneri(contabili), dei pirriaturi (picconatori) ovvero uomini costretti ad abbandonare la famiglia durante la settimana il cui compito era strappare il minerale dalla parete con il piccone in turni massacranti e che lavoravano nudi per via delle alte temperature e poi loro, i carusi. Il termine potrebbe tradire dolcezza o benevolenza intesa come un ragazzino che guarda i grandi per imparare e diventare grande a sua volta.

No, non è questa la loro storia.

Le vicende dei carusi, il più delle volte bambini di età compresa tra i 6 ed i 10 anni ma anche ragazzi o uomini che però non hanno mai abbandonato lo status di carusu per diversi motivi, è una storia bruta e tragica. Nasce dall’esigenza di quelle povere e disgraziate famiglie di avere una fonte di sostentamento per combattere la povertà che attanagliava la popolazione siciliana. I carusi venivano affidati al pirriaturi attraverso la pratica del soccorso morto, denaro prestato senza interessi che quest’ultimo dava alla famiglia del carusu in cambio del suo lavoro per un prestabilito periodo di tempo. In questo lasso di tempo la famiglia avrebbe dovuto estinguere il debito ma erano davvero poche quelle che riuscivano a farlo. Il carusu diventava pertanto proprietà del pirriaturi dal lunedì al sabato ed il suo compito era quello di trasportare fuori dalla miniera, a spalla in ceste che potevano pesare 25 – 30kg, il materiale picconato per la raffinazione.

Ingresso miniera Foto Google L'INFERNO NELLE MINIERE

In quel contesto di uomini e di lavoro disumano, immonde sono le sofferenze, le violenze e gli abusi sessuali che i carusi hanno dovuto subire.

Diversi progetti oggi tendono a recuperare la memoria ed il patrimonio storico-edilizio-culturale legato alle miniere di zolfo. Esempi sono il Museo della zolfara a Montedoro (CL), Parco delle zolfare a Comitini (AG), il Parco minerario di Floristella-Grottacalda (EN) o il Museo mineralogico e paleontologico della zolfara presso l’Istituto “S. Mottura” a Caltanissetta. Con piccole ricerche è possibile fare delle escursioni/gite in questi luoghi della memoria molto interessanti anche dal punto di vista turistico con un forte richiamo all’archeologia industriale.

Moltissimi siciliani hanno tra i loro parenti dei surfarari che con il loro lavoro e sacrificio hanno scritto un pezzo di storia recente di questa regione. Scopo delle nuove generazioni sarà quello di non dissipare storie e cultura. La nostra memoria non deve tradire il nostro passato.

Gaetano Lombardo.

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