MONTE TURCISI: UNA STORIA DI 230 MILIONI DI ANNI

Aspetti naturalistici e storici di un sito che ha tanto da raccontare

by Alain Risuglia
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Un luogo fra i tanti in Sicilia dove natura, paesaggio e storia dell’uomo si intrecciano e ci raccontano. Ci troviamo all’estremo margine nord-occidentale della Piana di Catania, poco distanti dal corso del fiume Dittaino che appare contornato da agrumeti e piccoli invasi per l’accumulo di acqua da irrigazione. Monte Turcisi (303 metri  s.l.m.) rappresenta una delle prime propaggini collinari che rompono la morfologia piatta della pianura e che ci introducono ad un ambiente brullo, dominato da pascoli e campi coltivati a frumento, molto comune nell’entroterra siciliano. Un ambiente che è il risultato dell’opera modificatrice dell’Uomo che, con l’avvento dell’agricoltura e della pastorizia, iniziò ad asportare l’originale e consistente copertura arborea dell’isola, la cui degradazione ha portato al sopravvento di quelle specie che meglio si sono adattate ai luoghi assolati, aridi o pietrosi. L’ascesa al colle, scosceso e dalla caratteristica forma tronco-conica (fig. 1), ci mostra qualche limitata copertura vegetale a lentisco (Pistacia lentiscus L., fig. 2), arbusto sempreverde tipico della macchia mediterranea. Dove la vegetazione è più spoglia notiamo il cappero, l’assenzio o l’asparago bianco insieme a molte piante erbacee.

Fig. 1 – Monte Turcisi dal versante nord
Fig. 2 – Arbusti di lentisco

In questo paesaggio così aspro e spoglio parte il nostro racconto, che inizia nel Triassico superiore, circa 230 milioni di anni fa. Un bacino marino piuttosto profondo, che chiameremo Ionico, si era già formato all’interno della porzione settentrionale della placca afro-adriatica che, nel frattempo, migrava verso nord e milioni di anni dopo si sarebbe scontrata con la placca europea. L’avvenuta collisione causò un accavallamento verso sud delle formazioni rocciose depositate al margine del blocco continentale africano, creando una catena montuosa sotto la quale iniziò a subdurre, cioè a sprofondare, la stessa placca africana. Le unità tettoniche, o scaglie, di cui è formata tale catena, includono i sedimenti degli antichi fondali marini divenuti rocce e poi emersi. Nello specifico, Monte Turcisi è parte di un gruppo di tre dorsali montuose caratterizzate dall’essere costituite pressoché dalla medesima successione di rocce, segno che si tratta di unità tettoniche andate in sovrapposizione tra loro. Le formazioni rocciose in esse contenute sono analoghe ad altre che si ritrovano a parecchia distanza in Sicilia occidentale e, particolarmente, nelle Madonie. Ciò è il risultato dello smembramento del vecchio bacino Ionico, i cui fondali in parte sono stati trasportati verso sud-est sotto l’azione delle spinte tettoniche. Il nostro piccolo monte, quindi, non si è originato nel luogo in cui oggi si ritrova.

Durante la salita ci imbattiamo in rocce stratificate, come ad esempio quelle di fig. 3 e fig. 4, rispettivamente dei calcari marnosi di colore da rosso a biancastro e radiolariti e argilliti silicee multicolori. Entrambe ci indicano, in quanto composte da particelle molto fini, una loro formazione per sedimentazione e compattazione in acque profonde. Le seconde, in particolare, si sono formate per accumulo sul fondale di gusci di composizione silicea appartenuti a microscopici organismi marini, i Radiolari, che ancora oggi costituiscono parte del plancton marino in tutto il globo.

Fig. 3 – Calcari marnosi stratificati
Fig. 4 – Radiolariti e argilliti multicolori stratificate e piegate dalle spinte tettoniche

Procedendo verso la cima dal versante settentrionale incontriamo, in virtù della loro giacitura, terreni sempre più antichi, passando dall’Era Terziaria all’Era Secondaria in poche centinaia di metri.  In vetta e lungo il versante meridionale del monte si trovano le sue rocce più antiche, dei calcari con noduli di selce (quarzo microcristallino) del Triassico superiore, che molti milioni di anni dopo la loro formazione degli esemplari di Homo sapiens avrebbero sapientemente estratto dal suolo e intagliato a formare dei blocchi squadrati (Fig. 5), utilizzati nella costruzione di una fortezza nel IV secolo a.C. Un salto temporale notevole che ci porta agli albori della civilizzazione umana in Sicilia, quando la parte orientale dell’isola vedeva i Greci colonizzatori ormai prevalere sulle popolazioni autoctone e consolidare la propria presenza.

Fig. 5 – Nodulo di selce in roccia calcarea utilizzata nella costruzione della fortezza

La fortezza, probabilmente eretta al tempo di Dionisio I di Siracusa, doveva avere lo scopo di favorire il controllo di una parte della Piana di Catania e della via di accesso verso l’entroterra data dal corso del fiume Dittaino. Il complesso architettonico non ha fornito agli archeologi indicazioni d’uso diverse da quello militare, mostrando altresì una raffinata tecnica costruttiva perfettamente funzionale al suo scopo. Interamente costruito con la roccia calcarea del posto (Fig. 6 e 7), si integra perfettamente con l’ambiente naturale, fondendosi magistralmente nel paesaggio.  

Dopo un lungo periodo di abbandono, nel XVII secolo un gruppo di eremiti si insediò nel colle, riutilizzando in parte il fortilizio e costruendo una chiesa dedicata al culto di San Giacomo più un dormitorio (Fig. 8). Oggi le strutture pertinenti l’eremo versano in cattivo stato di conservazione.

Fig. 6 – Particolare del muro di cinta a contatto con il suolo calcareo
Fig. 7 – Torre nel lato settentrionale della fortezza
Fig. 8 – Ruderi della Chiesa di S. Giacomo (a sinistra) e del dormitorio dei monaci (a destra)

Il nostro viaggio nel tempo finisce tra i campi in parte coltivati di un basso colle poco distante. Qui una stele commemorativa (Fig. 9) ci riporta al tempo della Seconda guerra mondiale, ricordandoci il sacrificio di molti soldati, tra i quali quelli appartenuti alla 51ᶺ divisione di fanteria britannica Highland, che faceva parte del cospicuo numero di  forze armate dei paesi alleati che diedero vita, il 10 luglio 1943, allo sbarco in Sicilia (nome in codice Operazione Husky).  Con quest’iniziativa si intendeva aprire un fronte in Europa contro l’alleanza italo-tedesca, ma l’avanzata in Sicilia fu contraddistinta da battaglie talora cruente tra le quali, ci ricorda il memoriale, quelle per la conquista di Gerbini e delle colline di Sferro, poco ad est di Monte Turcisi. Tali località furono  strenuamente difese dagli italo-tedeschi, che qui si erano asserragliati per sbarrare alle truppe nemiche la strada verso Catania, e non fu semplice per i britannici proseguire l’avanzamento.

La totalità delle perdite della sopraccitata divisione durante la campagna fu di 124 ufficiali e 1312 soldati semplici.

Fig. 9 – Stele commemorativa risalente alla Seconda guerra mondiale

La storia della nostra casa, la Terra, è talmente lunga che quella della nostra specie, Homo sapiens, ne occupa una frazione quasi insignificante. Finché interessi economici, brama di potere e sopraffazione avranno la meglio su princìpi più nobili, il ricorso ai conflitti armati non potrà mai cessare. Se solo riflettessimo sul carattere effimero della nostra esistenza!

Nella foto di copertina: vecchi edifici rurali ai piedi di Monte Turcisi

BIBLIOGRAFIA e SITOGRAFIA

-Servizio Geologico d’Italia (2010) – Carta Geologica d’Italia alla scala 1:50.000 F. 633 Paternò. ISPRA, Roma

-Carbone et alii – Note illustrative della Carta geologica d’Italia alla scala 1:50.000, F. 633 Paternò, ISPRA – Serv. Geol. d’It., Roma

-Lentini, S. Carbone – Geologia della Sicilia – III – Il dominio orogenico pp. 132-180

-Lentini, S. Carbone – Geologia della Sicilia – V- Tettonica

-Jonasch .- C. Winterstein – F. Ferlito – Nuove ricerche sulla fortezza greca di Monte Turcisi (CT). Rapporto preliminare, 2019

-Jonasch Una fortezza “da manuale”: l’avamposto militare su Monte Turcisi, 2020

-M. Messina – N. Di Benedetto – La Chiesa di San Giacomo e l’eremo del XVII secolo su Monte Turcisi. Cronache di Archeologia, 2022, 41, pp. 411-442

https://51hd.co.uk/history/sicily_gerbini

https://51hd.co.uk/history/sicily_sferro

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