RICOSTRUIRE SOPRA UN VULCANO INQUIETO

Scienza,trasparenza e responsabilità dopo il sisma del 2018

by Marco Neri
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Etna 2018: dodici secondi per ridisegnare il paesaggio
La terra che calpestiamo non è uno sfondo immobile, ma una presenza viva: un interlocutore silenzioso che può destarsi all’improvviso con fragore primordiale. L’Etna è uno dei luoghi in cui questa verità si manifesta con più forza. Qui il paesaggio non è mai davvero fermo: respira, si espande, si contrae, si inclina, si spacca.
Chi vive sulle sue pendici lo sa: ogni giorno instaura un dialogo muto con una forza immensamente più grande, sospesa in un fragile equilibrio tra stabilità e movimento, tra maestosa bellezza e un cupo presagio di sventura.
Poi ci sono notti che segnano un prima e un dopo. Quella del 26 dicembre 2018 è stata una di quelle notti.
In pochi secondi, mentre le luci delle feste brillavano ancora sui balconi, una faglia si è mossa (Figura 1); la terra si è aperta, le case si sono piegate, le strade hanno perso la loro geometria. Il paesaggio, fino a un attimo prima fisso nella quiete invernale, si è frantumato in un mosaico di linee spezzate, mentre chi dormiva si ritrovava catapultato in un mondo che non riconosceva più.
Da quel momento, tutto ha cambiato forma — non solo il paesaggio, ma anche lo sguardo delle persone, improvvisamente più vulnerabile, più consapevole. Il terremoto non ha soltanto danneggiato edifici: ha incrinato certezze, ha sconvolto abitudini, ha costretto intere comunità a interrogarsi sul proprio futuro. E proprio da quella frattura — fisica e simbolica — è iniziato un percorso nuovo, complesso, fatto di scienza, di scelte difficili, di ascolto e di responsabilità.

Figura 1 – Principali faglie attive e capaci affioranti sul fianco orientale dell’Etna. Il sisma del 26 dicembre 2018 ha innescato il movimento della faglia di Fiandaca

Fare i conti con un vulcano inquieto
Ricostruire non è mai un processo semplice. Non è solo un atto tecnico o amministrativo. È un esercizio di umiltà e di lungimiranza, un tentativo di trasformare una ferita in un’occasione di rinascita.
Sin dall’alba di quel nefasto Santo Stefano, il territorio etneo si è trasformato in un laboratorio scientifico a cielo aperto. Le squadre dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e di altri enti hanno iniziato a misurare fratture, analizzare immagini satellitari, ricostruire la geometria della faglia che aveva generato il sisma (Figura 2). Anche grazie a questo lavoro è nata la mappa dell’area interessata da fagliazione superficiale: una bussola indispensabile per ricostruire ciò che era andato perduto (Figura 3). Perché ricostruire sopra una faglia attiva non è solo inutile: è pericoloso. Nessuna tecnologia comunemente usata in edilizia può resistere a una frattura del suolo che si apre sotto le fondamenta di una casa. E così, per la prima volta in modo sistematico, si è scelto di non ricostruire dove la terra aveva dimostrato di non voler sostenere più nulla.

Figura 2 – Rilievi strutturali eseguiti su strade (a) ed edifici (b) ubicati lungo la faglia di Fiandaca dopo il sisma del 26 dicembre 2018.

Delocalizzare, rigenerare, proteggere: la ricostruzione come gesto etico
Delocalizzare alcuni edifici è stato uno dei passaggi più delicati dell’intero processo. Non si trattava solo di semplici case: si trattava di luoghi identitari, di storie familiari, di radici profonde. Eppure, i dati scientifici raccolti erano inequivocabili: ricostruire nella Zona di Rispetto, la più pericolosa, avrebbe significato mettere a rischio vite umane e sperperare ottusamente risorse pubbliche (Figura 3). Bisognava prenderne atto allontanando i cittadini dal pericolo più grave. La delocalizzazione, quindi, non è stata un atto di sottrazione, ma un gesto di protezione, un modo per trasformare una rinuncia in un investimento sulla sicurezza collettiva. Le aree liberate sono state trasformate in spazi pubblici leggeri e reversibili: aree verdi, piazze e strade, parcheggi. Luoghi che non sfidano la montagna, ma dialogano con essa. Luoghi che restituiscono qualità urbana e riducono la vulnerabilità.

Figura 3 – Stralcio della Mappe delle microzone omogenee delle faglie attive e capaci a Fleri. Le case ubicate all’interno della Zona di Rispetto (ZR FAC ) sono state delocalizzate in aree sismicamente più sicure.

L’innovazione amministrativa: digitalizzazione e trasparenza
Ciò che ha reso questa ricostruzione un’esperienza unica nel panorama italiano è stato l’approccio innovativo del Commissario Straordinario per la ricostruzione, che ha introdotto strumenti e metodi mai utilizzati prima con tale ampiezza e coerenza. La digitalizzazione integrale degli iter autorizzativi ha permesso di seguire ogni pratica dall’inizio alla fine con trasparenza ed efficacia. Tracciabilità degli atti, tempi ridotti, eliminazione dei passaggi ridondanti: un sistema complesso è diventato finalmente leggibile, dando la possibilità ai cittadini di monitorare ogni fase e trasformando un sistema tradizionalmente complesso in un percorso più chiaro e accessibile.

La dimensione umana della ricostruzione
Ma la ricostruzione non è fatta solo di numeri e procedure. È fatta di persone. La Struttura Commissariale ha scelto un approccio basato sull’ascolto e sulla mediazione empatica. Incontri pubblici, sportelli informativi, spiegazioni chiare e accessibili hanno accompagnato i cittadini in un percorso difficile e a volte doloroso. La perdita della casa, la paura, l’incertezza hanno lasciato ferite invisibili che non si rimarginano con un semplice contributo economico. Per questo, la ricostruzione ha offerto strumenti di trasparenza e collaborazione empatica per elaborare il trauma, per accettare i cambiamenti imposti dal territorio, per ritrovare un senso di stabilità anche quando la geografia della vita quotidiana era cambiata.
La ricostruzione ha riguardato anche i luoghi dell’anima: chiese, cappelle, santuari. Edifici antichi, spesso sopravvissuti a secoli di terremoti, che custodiscono memoria, riti, identità. Il loro recupero è stato un gesto di continuità, un modo per restituire alle comunità i propri punti di riferimento spirituali e culturali.
Tra questi luoghi c’è anche la chiesa di Fleri, che porta nelle sue pietre la memoria di più rinascite: ricostruita nel 1872 dopo il crollo dell’antica cappella, restaurata nel 1964 dopo i danni bellici del 1943 e il terremoto del 1952. Durante la Seconda guerra mondiale aveva persino custodito il velo di Sant’Agata, messo al sicuro dai bombardamenti su Catania (Figura 4).

Figura 4 - Interno della Chiesa di Maria SS. del Rosario e S. Agata, Fleri. Sulle pareti si conservano tre lapidi che raccontano le diverse stagioni della storia di distruzione e ricostruzione dell’edificio.

Abitare il movimento: la lezione dell’Etna
Alla fine, la ricostruzione conseguente al sisma del 2018 non è stata soltanto un insieme di norme, mappe, contributi economici e procedure amministrative. È stata, prima di tutto, un atto etico. Un gesto collettivo che ha unito scienza, governance, equità, ascolto e visione, trasformando un evento traumatico in un’occasione per ripensare il rapporto tra le persone e il territorio. La ricostruzione ha mostrato che è possibile intervenire in modo più sicuro e consapevole, e che una calamità può diventare il punto di partenza per una riflessione profonda sulla convivenza con un ambiente altamente dinamico.
La ricostruzione etnea ha dimostrato che la scienza può guidare le decisioni, che la collaborazione tra istituzioni può produrre risultati concreti, che la trasparenza può generare fiducia, che l’ascolto può ridurre le distanze. Ha insegnato che la prevenzione non è un obbligo imposto dall’alto, ma un patto tra la comunità e il territorio che abita, un impegno reciproco a riconoscere i segnali della terra e a rispondere con intelligenza e rispetto.
La ricostruzione diventa così la risposta umana al respiro della montagna. Una risposta che non pretende di fermare il movimento della terra, ma che sceglie di accompagnarlo con passo più cosciente, ritrovando il proprio posto dentro il suo ritmo millenario.

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