Riprendiamo il racconto sul disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto quarant’anni fa, sempre accompagnati dal giornalista Orazio Valenti che si recò più volte sui luoghi poco dopo l’esplosione, testimone diretto di un evento che ha cambiato per sempre il modo di percepire l’energia nucleare.
COSA SAPPIAMO DAVVERO OGGI SU CHERNOBYL
Il combustibile fuso (Corium)
Il Corium è la massa che si è formata quando il nocciolo del reattore è letteralmente fuso: uranio, zirconio, grafite, sabbia e acciaio si sono mescolati in un’unica colata incandescente. Quando si è raffreddato, ha assunto forme irregolari e molto dure, tra cui la famosa “zampa d’elefante”, una struttura grigiastra e rugosa che sembra scolpita nella roccia. Nessuno può avvicinarsi a questa massa: la radioattività è ancora troppo alta (stimate in decine di sievert/ora nelle zone più attive). Per questo la sua temperatura interna e il suo comportamento sono stimati solo con misure indirette, come la radiazione superficiale o i neutroni emessi. In sintesi, è una colata solidificata, radioattiva, inaccessibile e ancora attiva.
Rischio di criticità
Non è possibile escludere del tutto che, all’interno del Corium, avvengano micro-criticità locali: minuscole reazioni nucleari spontanee che si accendono e si spengono in modo irregolare, fenomeno noto e già osservato in altri contesti di combustibile danneggiato. Gli strumenti che misurano i neutroni — le particelle che indicano se sta avvenendo una reazione — mostrano infatti piccole oscillazioni nel tempo.
Una “criticità” non significa un’esplosione come quella del 1986. Si tratta di reazioni deboli e localizzate, che si estinguono spontaneamente.
Queste oscillazioni non indicano un pericolo immediato, ma ricordano che il Corium è una massa complessa e imprevedibile, difficile da modellare con precisione. Non c’è rischio di una nuova esplosione, ma la situazione richiede un attento monitoraggio continuo.
Degrado strutturale
Il primo sarcofago costruito nel 1986 — una struttura di cemento e acciaio realizzata in poche settimane, in condizioni estreme — è diventato presto instabile. Era un’opera d’emergenza, pensata per durare pochi anni, e nel tempo ha sviluppato crepe, infiltrazioni e corrosione (Fig. 1).
Per questo è stata costruita una nuova copertura, il grande arco d’acciaio chiamato New Safe Confinement (spesso abbreviato in “Arch”). Questa nuova struttura impedisce all’acqua piovana di entrare nel vecchio sarcofago, contiene la polvere radioattiva, e permetterà in futuro di smontare in sicurezza ciò che resta del reattore (Fig. 2).
Scorie e futuro
Le scorie radioattive presenti nel reattore 4 rimarranno pericolose per decine di migliaia di anni. Sono inglobate nel Corium, una massa dura come cemento, ma fragile come vetro che col tempo tende comunque a degradarsi. La loro gestione è una sfida ancora aperta. Non esiste oggi una tecnologia sicura per rimuovere il Corium senza esporre gli operatori a dosi letali, trasportarlo in un luogo sicuro, stoccarlo in modo definitivo.
In altre parole, le scorie di Chernobyl non sono “rifiuti” come quelli di una centrale normale. Sono fuse insieme al cemento, ai metalli e ai materiali del reattore, formando una massa unica e inaccessibile. Per questo non possono essere rimosse con le tecniche attuali.
Il futuro dipenderà dalla capacità di sviluppare nuove tecnologie e nuovi metodi di confinamento. Per ora, l’unica strategia possibile è monitorare, contenere e guadagnare tempo, in attesa che si individuino nuovi metodi di contenimento dell’inquinamento nucleare.
UNA GUERRA CHE NON CONOSCE CONFINI
La guerra tra Russia e Ucraina è arrivata fino ai margini della Zona di Esclusione, l’area che circonda la centrale di Chernobyl, istituita subito dopo l’incidente del 26 aprile 1986 per impedire l’accesso alle zone contaminate. È giunta improvvisa come un’eco sinistra, un rumore di fondo che non dovrebbe mai avvicinarsi a un luogo come Chernobyl. Da quando il conflitto è iniziato, la centrale vive in una condizione che nessun ingegnere nucleare avrebbe mai immaginato: dipende dall’elettricità in un Paese dove le linee vengono bombardate, i trasformatori saltano, le sottostazioni bruciano (Fig. 3). E Chernobyl, anche se spenta dal 2000, ha ancora bisogno di energia per far funzionare i sistemi di monitoraggio, la ventilazione, la sicurezza fisica del sito.
Quando la corrente si interrompe — ed è già successo più volte — la centrale entra in una sorta di apnea tecnologica. I sensori si spengono, le comunicazioni si interrompono, e ciò che accade sotto il sarcofago torna a essere un buio totale, simile a quello dei giorni immediatamente successivi al disastro. È un silenzio che pesa, perché nessuno può permettersi di “non sapere” cosa succede dentro un reattore distrutto.
La guerra non minaccia Chernobyl con un’esplosione, ma con qualcosa di più subdolo: l’imprevedibilità. Un colpo d’artiglieria troppo vicino, un blackout prolungato, un incendio nella foresta radioattiva che circonda il sito. Basta poco per trasformare un luogo già fragile in un problema globale. Ogni volta che le sirene antiaeree risuonano sopra Kiev, anche Chernobyl trattiene il fiato.
La chiacchierata volge al termine. Ci stringiamo la mano; Orazio fa un passo verso la porta, poi si ferma, si volta di nuovo verso di me. Mi guarda con un’intensità quieta, come se quell’ultima frase gli fosse rimasta in gola fino a quel momento. E quando finalmente parla, la lascia uscire con la fragilità di qualcosa che gli pesa dentro più di quanto le parole possano dire:
«Vorrei aggiungere una cosa: anch’io ho messo a grave rischio la mia vita pur di far conoscere all’umanità questo problema. Parliamo di un “nucleare” da cui perfino l’eccelso Ettore Majorana si era allontanato, e non a caso.
E quello che hanno fatto allora… beh, continuano a farlo ancora oggi: comportamenti da energivori, anzi, da veri divoratori di denaro, senza alcun interesse per la vita dell’umanità e della Madre Terra.
E poi, guarda… se fossero esplosi anche gli altri cinque reattori, insieme alle riserve di combustibile e alle scorie, poteva davvero succedere la “fine del mondo” (n.d.r.: affermazione emotiva, non tecnica). Per questo dico che, oltre al sacrificio dei martiri, lì si è verificato un vero e proprio miracolo».
A presto, Orazio.
Lo guardo uscire, mentre le sue parole continuano a vibrare nell’aria.
IL DOVERE DELLA MEMORIA
Quando Orazio esce dalla stanza, rimane con me una consapevolezza nuova: la memoria non è un archivio, ma un dovere. Chernobyl non appartiene al passato. È una questione ancora aperta, una ferita che continua a pulsare sotto la pelle del continente. Un promemoria severo contro l’arroganza tecnologica, contro le scorciatoie, contro l’idea che il progresso possa prescindere dalla responsabilità.
Questo long-form reportage — come il lavoro di Orazio Valenti — vuole essere un tributo. A chi ha sacrificato la propria vita. A chi ha raccontato la verità. A chi, ancora oggi, continua a ricordare.
Perché la memoria, quando non si spegne, diventa una forma di protezione collettiva.
CHI È ORAZIO VALENTI
Orazio Valenti (Monselice, 1946) è fotoreporter dal 1969, con servizi pubblicati su testate italiane e internazionali. Laureato in Scienze Naturali, ha collaborato con la Cattedra di Vulcanologia dell’Università di Catania e ha insegnato Educazione Ambientale nelle scuole etnee. Autore del volume fotografico Il mio omaggio al Mongibello, è giornalista pubblicista e direttore delle riviste “Agorà” e “Ali Dorate”. Ha collaborato alla realizzazione di oltre cento interventi in trasmissioni televisive dedicate a temi scientifici ed ecologici e svolge attività di divulgazione come guida naturalistica.

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