CHERNOBYL, NEL CUORE FERITO D’EUROPA – 2^ parte

Storie dei sopravvissuti al disastro nucleare e nuovi rischi del presente

by Marco Neri
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Riprendiamo il racconto sul disastro nucleare di Chernobyl, avvenuto quarant’anni fa, sempre accompagnati dal giornalista Orazio Valenti che si recò più volte sui luoghi poco dopo l’esplosione, testimone diretto di un evento che ha cambiato per sempre il modo di percepire l’energia nucleare.

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COSA SAPPIAMO DAVVERO OGGI SU CHERNOBYL

Il combustibile fuso (Corium)

Il Corium ĆØ la massa che si ĆØ formata quando il nocciolo del reattore ĆØ letteralmente fuso: uranio, zirconio, grafite, sabbia e acciaio si sono mescolati in un’unica colata incandescente. Quando si ĆØ raffreddato, ha assunto forme irregolari e molto dure, tra cui la famosa ā€œgamba d’elefanteā€, una struttura grigiastra e rugosa che sembra scolpita nella roccia. Nessuno può avvicinarsi a questa massa: la radioattivitĆ  ĆØ ancora troppo alta (stimate in decine di sievert/ora nelle zone più attive). Per questo la sua temperatura interna e il suo comportamento sono stimati solo con misure indirette, come la radiazione superficiale o i neutroni emessi. In sintesi, ĆØ una colata radioattiva solidificata, inaccessibile e ancora attiva.

Rischio di criticitĆ 

Non ĆØ possibile escludere del tutto che, all’interno del Corium, avvengano micro-criticitĆ  locali: minuscole reazioni nucleari spontanee che si accendono e si spengono in modo irregolare, fenomeno noto e giĆ  osservato in altri contesti di combustibile danneggiato. Gli strumenti che misurano i neutroni — le particelle che indicano se sta avvenendo una reazione — mostrano infatti piccole oscillazioni nel tempo.

Una ā€œcriticitĆ ā€ non significa un’esplosione come quella del 1986. Si tratta di reazioni deboli e localizzate, che si estinguono spontaneamente.

Queste oscillazioni non indicano un pericolo immediato, ma ricordano che il Corium ĆØ una massa complessa e imprevedibile, difficile da modellare con precisione. Non c’è rischio di una nuova esplosione, ma la situazione richiede un attento monitoraggio continuo.

Degrado strutturale

Il primo sarcofago costruito nel 1986 — una struttura di cemento e acciaio realizzata in poche settimane, in condizioni estreme — ĆØ diventato presto instabile. Era un’opera d’emergenza, pensata per durare pochi anni, e nel tempo ha sviluppato crepe, infiltrazioni e corrosione (Fig. 1).

Figura 1 - Veduta del sito della centrale nucleare di Chernobyl con il primo sarcofago di contenimento (ā€œObject Shelterā€) che ricopre i resti del reattore 4, costruito nel 1986 dopo l’esplosione. Fotografia scattata nel 1995. Foto: Carl Montgomery / CC BY 2.0 / via Wikimedia Commons.

Per questo ĆØ stata costruita una nuova copertura, il grande arco d’acciaio chiamato New Safe Confinement (spesso abbreviato in ā€œArchā€). Questa nuova struttura impedisce all’acqua piovana di entrare nel vecchio sarcofago, contiene la polvere radioattiva, e permetterĆ  in futuro di smontare in sicurezza ciò che resta del reattore (Fig. 2).

Figura 2 - Il New Safe Confinement (NSC) della centrale nucleare di Chernobyl, fotografato nell’ottobre 2017. La struttura ad arco, completata nel 2016 e fatta scorrere in posizione definitiva nel novembre dello stesso anno, costituisce il secondo sarcofago di protezione: ricopre il primo contenimento (ā€œObject Shelterā€) costruito in emergenza nel 1986 sopra i resti del reattore 4. Foto: Wikimedia Commons / CC BY-SA.

Scorie e futuro

Le scorie radioattive presenti nel reattore 4 rimarranno pericolose per decine di migliaia di anni. Sono inglobate nel Corium, una massa dura come cemento, ma fragile come vetro che col tempo tende comunque a degradarsi. La loro gestione ĆØ una sfida ancora aperta. Non esiste oggi una tecnologia sicura per rimuovere il Corium senza esporre gli operatori a dosi letali, trasportarlo in un luogo sicuro, stoccarlo in modo definitivo.

In altre parole, le scorie di Chernobyl non sono ā€œrifiutiā€ come quelli di una centrale normale. Sono fuse insieme al cemento, ai metalli e ai materiali del reattore, formando una massa unica e inaccessibile. Per questo non possono essere rimosse con le tecniche attuali.

Il futuro dipenderĆ  dalla capacitĆ  di sviluppare nuove tecnologie e nuovi metodi di confinamento. Per ora, l’unica strategia possibile ĆØ monitorare, contenere e guadagnare tempo, in attesa che si individuino nuovi metodi di contenimento dell’inquinamento nucleare.

UNA GUERRA CHE NON CONOSCE CONFINI

La guerra tra Russia e Ucraina ĆØ arrivata fino ai margini della Zona di Esclusione, l’area che circonda la centrale di Chernobyl, istituita subito dopo l’incidente del 26 aprile 1986 per impedire l’accesso alle zone contaminate. ƈ giunta improvvisa come un’eco sinistra, un rumore di fondo che non dovrebbe mai avvicinarsi a un luogo come Chernobyl. Da quando il conflitto ĆØ iniziato, la centrale vive in una condizione che nessun ingegnere nucleare avrebbe mai immaginato: dipende dall’elettricitĆ  in un Paese dove le linee vengono bombardate, i trasformatori saltano, le sottostazioni bruciano (Fig. 3). E Chernobyl, anche se spenta dal 2000, ha ancora bisogno di energia per far funzionare i sistemi di monitoraggio, la ventilazione, la sicurezza fisica del sito.

Quando la corrente si interrompe — ed ĆØ giĆ  successo più volte — la centrale entra in una sorta di apnea tecnologica. I sensori si spengono, le comunicazioni si interrompono, e ciò che accade sotto il sarcofago torna a essere un buio totale, simile a quello dei giorni immediatamente successivi al disastro. ƈ un silenzio che pesa, perchĆ© nessuno può permettersi di ā€œnon sapereā€ cosa succede dentro un reattore distrutto.

La guerra non minaccia Chernobyl con un’esplosione, ma con qualcosa di più subdolo: l’imprevedibilitĆ . Un colpo d’artiglieria troppo vicino, un blackout prolungato, un incendio nella foresta radioattiva che circonda il sito. Basta poco per trasformare un luogo giĆ  fragile in un problema globale. Ogni volta che le sirene antiaeree risuonano sopra Kiev, anche Chernobyl trattiene il fiato.

Figura 3 - Immagine illustrativa che rappresenta un’esplosione nell’area della centrale durante il conflitto russo‑ucraino (2025). Non documenta un evento specifico, ma evidenzia la vulnerabilitĆ  dell’area. Fonte: Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA.

La chiacchierata volge al termine. Ci stringiamo la mano; Orazio fa un passo verso la porta, poi si ferma, si volta di nuovo verso di me. Mi guarda con un’intensitĆ  quieta, come se quell’ultima frase gli fosse rimasta in gola fino a quel momento. E quando finalmente parla, la lascia uscire con la fragilitĆ  di qualcosa che gli pesa dentro più di quanto le parole possano dire:

Ā«Vorrei aggiungere una cosa: anch’io ho messo a grave rischio la mia vita pur di far conoscere all’umanitĆ  questo problema. Parliamo di un ā€œnucleareā€ da cui perfino l’eccelso Ettore Majorana si era allontanato, e non a caso.

E quello che hanno fatto allora… beh, continuano a farlo ancora oggi: comportamenti da energivori, anzi, da veri divoratori di denaro, senza alcun interesse per la vita dell’umanitĆ  e della Madre Terra.

Ā E poi, guarda… se fossero esplosi anche gli altri cinque reattori, insieme alle riserve di combustibile e alle scorie, poteva davvero succedere la ā€œfine del mondoā€ (n.d.r.: affermazione emotiva, non tecnica). Per questo dico che, oltre al sacrificio dei martiri, lƬ si ĆØ verificato un vero e proprio miracoloĀ».

A presto, Orazio.

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Lo guardo uscire, mentre le sue parole continuano a vibrare nell’aria.

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Quando Orazio esce dalla stanza, rimane con me una consapevolezza nuova: la memoria non ĆØ un archivio, ma un dovere. Chernobyl non appartiene al passato. ƈ una questione ancora aperta, una ferita che continua a pulsare sotto la pelle del continente. Un promemoria severo contro l’arroganza tecnologica, contro le scorciatoie, contro l’idea che il progresso possa prescindere dalla responsabilitĆ .

Questo long-form reportage — come il lavoro di Orazio Valenti — vuole essere un tributo. A chi ha sacrificato la propria vita. A chi ha raccontato la veritĆ . A chi, ancora oggi, continua a ricordare.

PerchƩ la memoria, quando non si spegne, diventa una forma di protezione collettiva.

CHI ƈ ORAZIO VALENTI

Orazio Valenti (Monselice, 1946) ĆØ fotoreporter dal 1969, con servizi pubblicati su testate italiane e internazionali. Laureato in Scienze Naturali, ha collaborato con la Cattedra di Vulcanologia dell’UniversitĆ  di Catania e ha insegnato Educazione Ambientale nelle scuole etnee. Autore del volume fotografico Il mio omaggio al Mongibello, ĆØ giornalista pubblicista e direttore delle riviste ā€œAgorĆ ā€ e ā€œAli Dorateā€. Ha collaborato alla realizzazione di oltre cento interventi in trasmissioni televisive dedicate a temi scientifici ed ecologici e svolge attivitĆ  di divulgazione come guida naturalistica.

Figura 4 - Orazio Valenti davanti alla centrale di Chernobyl nel 1998, con il Reattore 4 ancora sigillato dal primo sarcofago: un incontro ravvicinato con il cuore ferito della storia nucleare europea. Foto dall’archivio personale di O. Valenti.
Nella foto di copertina: Chernobyl, monumento ai liquidatori e nuovo sarcofago.Ā CC BYSA 4.0.

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