UN’ISOLA AL CENTRO DEL MEDITERRANEO

La Sicilia nella preistoria

by Pietro Maria Militello
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L’idea della Sicilia come centro del Mediterraneo è radicata nella percezione comune, come mostrano titoli di libri, convegni, ma anche pubblicità di viaggi. Nella realtà storica, tuttavia, la Sicilia, come le altre grandi isole del Mediterraneo, Cipro, Creta o la Sardegna, diventa snodo solo con lo svilupparsi delle tecniche di navigazione, ed in particolare nel II millennio a.C. quando nel Mediterraneo orientale viene introdotta la navigazione a vela. A questo punto il salto qualitativo nelle relazioni con il mondo esterno è enorme. Bisogna infatti distinguere tra arrivo di gruppi provenienti da fuori, che in Sicilia restano, e di commercianti, che in Sicilia arrivano, ma da cui poi tornano nella propria patria. Il primo fenomeno è molto antico, ed è quello che ha consentito il primo popolamento dell’Isola, ma ha anche permesso a gruppi di persone che portavano con sé semi e animali, di introdurre la cultura neolitica, intorno al 6500 a.C. Questo tipo di meccanismo non prevede, probabilmente, il ritorno. Il gruppo proveniente da fuori si insedia nelle nuove terre, entra in contatto (o scontro) con chi già ci abita, si afferma o si mescola con le popolazioni esistenti, porta con sé nuove tecniche, nuovi tipi ceramici, nuove credenze, che possono scomparire nel nuovo ambiente, essere accettate o sopravvivere. La Sicilia ha vissuto diverse esperienze di questo tipo. Secondo Bernabò Brea, per esempio, una popolazione proveniente dalla Grecia giunse nelle Eolie intorno al 2200 a.C. e diede origine a quella facies culturale denominata di Capo Graziano. Bernabò Brea fondava questa sua idea sulla base della somiglianza della ceramica di Capo Graziano con quella del Peloponneso.

Maria Chiara Martinelli ha addirittura visto, nella decorazione di un vaso di Capo Graziano trovato a Filicudi, la rappresentazione mitica dell’arrivo di questi coloni, che come i padri pellegrini in America, sbarcarono sulle isole in cerca di nuove terre. In questo caso, probabilmente, non trovarono nessuna o quasi resistenza, e la cultura di Capo Graziano poté continuare per quasi 800 anni, forse con un nuovo arrivo di immigrati.  

Un’altra cosa che credo sia importante sottolineare è che il fatto che chi giungesse, non necessariamente doveva avere conoscenza di tutta l’isola, ma solo di quella zona: ora la costa orientale, ora quella nord-orientale, ora quella meridionale, ora quella occidentale. Da questo punto di vista dovevano esistere le Sicilie, non la Sicilia.

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Fig. 1 - Vaso di Thapsos e cratere miceneo con decorazione zoomorfa
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Fig. 2 - Penisola di Magnisi, vista dalla necropoli. Le frecce indicano le tombe a thòlos (elabr. K. Zebrowska)

La Sicilia è parte di una rete di scambi a breve distanza con le isole vicine e l’arcipelago maltese fin dal neolitico. Invece, l’inserimento dell’Isola in una rete di scambi a lunga distanza è ben chiaro solo a partire dalla metà del II millennio a.C. (facies castellucciana/di Capo Graziano) e si inquadra in un processo più ampio che vede coinvolta l’intera Italia meridionale. In questo processo si identificano più fasi.

Nella prima (XVII-XV secolo a.C.) esiste una rotta che dalla Grecia giunge alla Puglia e poi a Vivara, che in questo momento funge da raccordo con le rotte dalle colline metallifere della Toscana. La rotta per Vivara porta commercianti “micenei” o comunque con materiale dal Peloponneso nelle Eolie. Già prima tuttavia, Verso il XVII-XVI secolo ceramica dall’isola greca di Egina viene importata nella costa meridionale, a Monte Grande, importante centro di estrazione dello zolfo. Meno chiara è invece la provenienza dei pochi oggetti di metallo rinvenuti in area etnea e iblea (giogo da Castelluccio, tazza da Maccarrone). Da Pantelleria infine, in un periodo compreso tra il XVII ed il XV secolo a.C. provengono ceramiche genericamente definite Matt Painted o Levantine, ma anche orecchini, collane, pendagli in quarzo e pasta vitrea considerati di produzione “egiziana”, nonché oggetti in rame di provenienza centro europea. 

Questo quadro frammentario si ricompone nel corso del XIV secolo e della seconda fase. Le Eolie continuano ad essere un centro di commercio, come terminale a sé, forse in rapporto con la Calabria (Punta Zambrone). Scompare Pantelleria e l’area agrigentina, ed entra prepotentemente la costa sud-orientale, forse addirittura con tre scali, uno dei quali presso Catania (in rapporto con l’insediamento di Monte San Paolillo), l’altro presso Siracusa (la tomba dell’altare di Ierone), il terzo a Thapsos sulla penisola di Magnisi. Nell’area siracusana ceramiche micenee, di fabbricazione dall’Argolide, e cipriote, relative a forme prevalentemente chiuse, provengono dalle necropoli, mentre ceramica maltese è presente sia nell’abitato di Thapsos, sia nelle necropoli. Ma è Thapsos ad essere più importante per la storia della ricerca, per l’apparizione di una tipologia costruttiva fino ad allora ignota. Già nella prima fase dell’abitato (XIV sec. a. C.) esisteva un impianto regolare di strade. Nella seconda fase dell’abitato, databile al 1300-1270 a.C. secolo, la tipologia tradizionale della capanna circolare viene abbandonata. Vengono costruiti due (o forse tre) edifici (Complessi A e B), che adottano una planimetria rettangolare, con muri a squadra, con ambienti destinati a stoccaggio, a lavorazione e a luoghi di riunione, con cortili e pozzi. Essi si aprivano su cortili in parte acciottolati e provvisti di un pozzo ed erano inseriti all’interno di una rete di strade ampie e regolari.

Nel corso del XIII secolo, le Eolie continuano ad essere tappa dei commerci, ma si afferma in modo netto la rotta meridionale che coinvolge la Sicilia centro-meridionale, ma anche quella occidentale e Ustica. Il centro più significativo è l’emporio di Cannatello. La fisionomia di questo insediamento è molto diversa da quella di Thapsos: fortificato, non presenta quelle novità architettoniche, ma un quadro ancora più poliglotta. A Cannatello, ceramiche micenee e ceramiche cipriote relative a contenitori sono state trovate nell’abitato, assieme a un paio di vasi nuragici. Un pithos cipriota e alcuni frammenti nuragici risultano fatti in loco. 

Da qui i materiali importati si irradiano verso l’interno e comprendono in primo luogo ceramica, ma anche monili, collane, pettini e manufatti in metallo, come i calderoni bronzei rinvenuti a S. Angelo Muxaro, Caldare, Milena, Grotta Capreria. Questi ultimi guardano a Cipro e a Creta. Nello stesso periodo tuttavia l’evidenza della metallurgia segnala rapporti con l’Occidente e l’Europa centrale sia per la materia prima che per le tipologie, come dimostrano i casi di Erbe Bianche e Mokarta

Nelle isole ceramica micenea è trovata nell’insediamento di pirati di Ustica.

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Fig. 3 - Pantalica: la valle vista dall'alto

Contemporaneamente, la Sicilia è toccata dalla ampia distribuzione dei  lingotti di rame cd. a pelle di bue, che mettono in rapporto la Sicilia con Cipro da una parte e la Sardegna dall’altra   .

Già nel corso del XIII secolo le importazioni ceramiche declinano nettamente, ma i rapporti con l’Egeo rimangono visibili sia nella metallurgia, sia in pochi, altri manufatti, come gli specchi in bronzo con manico in avorio e gli anelli aurei.  La stessa metallurgia, tuttavia mostra un panorama variegato, dove a fogge del Mediterraneo orientale, specie cipriota, si affiancano prepotentemente modelli provenienti dall’Italia peninsulare, dall’Europa centrale e dall’Occidente (Sardegna e Spagna), preludio di un cambiamento dei circuiti di scambio che vedrà, con la fine del XI secolo, anche la fine dei rapporti con l’Egeo.

Un caso particolare è rappresentato dall’anaktoron di Pantalica. Poco più tardi, tra la fine del XIII e l’inizio del XII secolo, il cd. Anaktoron di Pantalica , un edificio di grandi dimensioni nell’omonimo sito a ca. 30 km da Thapsos, ripropone la planimetria rettilinea, l’uso di una progettazione su base geometrica, l’adozione di un piede di ca. 32 cm,  ma con in più una tecnica muraria di tipo ciclopico sconosciuta in Sicilia.  

 

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Fig. 4 - Scorcio dell'anaktoron di Pantalica

Verso la fine del II millennio il Mediterraneo è attraversato da turbolenze che portano ad una grande mobilità da parte di individui e gruppi di persone in cerca di posti migliori dove vivere. Non si tratta più di commerci, ma di emigrazioni. La Sicilia non è risparmiata da questo fenomeno, come mostra l’irrompere di nuove forme di usi funerari ad incinerazione. L’arrivo dei Siculi, nella ricostruzione di Luigi Bernabò Brea si collocherebbe in questo momento, mentre per Vincenzo La Rosa la cultura dei Siculi è quella che emerge dalla fusione tra nuovi arrivati e popolazioni locali. Quasi cinquecento anni dopo, siamo ormai nell’VIII secolo a.C., giungono i primi coloni greci, dando  inizio ad una nuova fase della vita dell’Isola. Ma come emerge chiaramente da quanto detto prima, la colonizzazione greca non è un fenomeno mai visto prima e non segna l’irrompere di nuovi arrivati in una realtà immota da millenni. Essa è solo l’ultimo capitolo di un movimento millenario che vede la Sicilia luogo di incontro, e di scontro, terra di arrivo (e forse anche di partenza). Quello che differenzierà la colonizzazione greca è il carattere sistematico e organizzato, e la continuità di rapporto con la madrepatria. Ma questa, è un’altra storia.

In Copertina: – tomba dalla necropoli di Pantalica

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