La Sicilia, crocevia di civiltà e scrigno di un passato glorioso, ha da sempre esercitato un’irresistibile attrazione su menti curiose provenienti da terre lontane. Se il Settecento, con l’affermarsi del Grand Tour, vide una prevalenza di figure maschili – giovani aristocratici e colti borghesi desiderosi di immergersi nelle vestigia dell’antichità classica, galvanizzati dalle scoperte di Pompei ed Ercolano – un lento ma inesorabile cambiamento si stava insinuando nel tessuto sociale e culturale dell’epoca. Il desiderio di esplorare orizzonti sconosciuti, di nutrire la sete di sapere e di evadere dalla consuetudine non poté a lungo rimanere confinato al solo genere maschile.
La storiografia attesta come, per secoli, la possibilità di viaggiare sia stata un privilegio appannaggio degli uomini, agevolati da una maggiore indipendenza economica e da interessi professionali o di status. Tuttavia, sarebbe riduttivo non riconoscere la presenza, seppur meno documentata nei dettagli, di donne che, animate da motivazioni diverse, osarono intraprendere spostamenti significativi. Già nell’antichità classica, figure come Axiothea di Philius e Lasthenia di Mantinea, nel IV secolo a.C., intrapresero il viaggio verso Atene, un centro intellettuale di primaria importanza, per dedicarsi allo studio della filosofia sotto la guida di Platone e, successivamente, di Speusippo. Questo precoce anelito al sapere testimonia una determinazione femminile che trascendeva i confini domestici.
Nel Medioevo, i pellegrinaggi in Terra Santa rappresentarono una delle prime forme di “turismo” di massa, e le donne vi parteciparono attivamente. Elena, la venerata madre dell’imperatore Costantino, compì il viaggio nel 326, un atto di devozione e di influenza che aprì la strada ad altre. Alla fine dello stesso secolo, Eustochia, discepola di San Gerolamo, insieme alla madre, la nobile e pia Paola, visitò i luoghi sacri di Palestina ed Egitto, lasciando un segno tangibile di una spiritualità itinerante. I preziosi diari di pellegrine come l’enigmatica autrice dell’Itinerario di Egeria, proveniente dalle remote terre della Galizia o de’Aquitania, e la singolare esperienza di Margery Iempe, che nel 1413 sfidò le convenzioni raggiungendo Gerusalemme da sola e, analfabeta, dettò le sue memorie, ci offrono uno sguardo intimo sulle motivazioni e le difficoltà di questi viaggi. Tuttavia, è significativo notare come, proprio in questo periodo, si manifestassero resistenze e divieti ecclesiastici volti a dissuadere le donne dai pellegrinaggi, alimentati da timori di corruzione morale.
Fino al XIX secolo, le rigide convenzioni sociali relegavano le donne a una sfera di mobilità limitata, spesso subordinata all’autorizzazione maritale e vincolata alla gestione di un patrimonio di cui non potevano disporre autonomamente. L’accesso all’istruzione era spesso negato, confinando molte al ruolo di mogli e madri. La vicenda di Ida Pfeiffer, che nel 1861 fu oggetto di diffamazione per aver espresso il desiderio di recarsi in Terra Santa, illustra vividamente il pregiudizio sociale nei confronti dell’aspirazione femminile al viaggio indipendente.
Tuttavia, l’epoca successiva al Congresso di Vienna del 1815 segnò una svolta cruciale. La riapertura dei confini inglesi innescò una rinnovata sete di esplorazione del continente, e in questo contesto, un numero sempre maggiore di donne, in particolare provenienti dall’Inghilterra ma anche da contesti culturali tedeschi e francesi, emerse come protagonista di un nuovo modo di viaggiare. Queste figure femminili si distinsero per una marcata individualità e un desiderio palpabile di trascendere i confini imposti da una società ancora fortemente patriarcale.
Le loro narrazioni, spesso in forma di diari, lettere e resoconti pubblicati, offrono uno sguardo qualitativamente diverso sull’esperienza del viaggio. Mary Berry, con la sua critica all’insu1arità britannica, invitava a riconoscere la ricchezza culturale del continente, mentre Marguerite Blessington dimostrava una notevole empatia e acume nell’osservazione delle istituzioni sociali, come nel suo resoconto sui manicomi. Queste pioniere, come le definisce la seconda relazione, non si limitarono a seguire passivamente itinerari prestabiliti, ma portarono con sé una sensibilità e una capacità di analisi che spesso superavano la superficialità dello sguardo maschile.
La loro autonomia nel Grand Tour e nella letteratura di viaggio non fu esente da scetticismo e maldicenze, con insinuazioni sulla presunta trasformazione morale delle dame inglesi una volta giunte sul continente. Tuttavia, voci illuminate come quella di Jean-Baptiste Pierre Le Brun, che difese il diritto della moglie pittrice Elisabeth Vigée all’accesso al sapere, e la lucida constatazione di Elizabeth Rigby, che riconobbe la capacità di osservazione inedita e l’originalità di giudizio delle viaggiatrici, contribuirono a ridefinire la figura della donna in viaggio.
Concentrandosi sulla Sicilia, l’Ottocento vide un vero e proprio fiorire di viaggiatrici, attratte dalla singolare combinazione di storia, arte, cultura e paesaggio. Figure come Ida Pfelffer ed Emily Lowe incarnarono uno spirito di indipendenza notevole per l’epoca, intraprendendo viaggi solitari che sfidavano le norme vittoriane. Altre, come Fanny Lewald ed Emelia Russell Gurney, manifestarono un profondo interesse per le questioni dell’emancipazione femminile, integrando le loro osservazioni di viaggio con riflessioni sul ruolo della donna nella società.
La qualità del loro sguardo sulla Sicilia si distinse per una curiosità intellettuale che andava oltre la semplice contemplazione estetica. Priscilla Wakefield analizzò con attenzione le attività economiche locali, come la pesca del tonno e del corallo, rivelando un interesse per la vita pulsante dell’isola. Jeannette Villepreux, grazie alla sua “scoperta” del mare a Messina, si trasformò in una pioniera della biologia marina, dimostrando come il viaggio potesse essere un catalizzatore per la scoperta scientifica. Emelia Russell Gurney intraprese il suo viaggio con un “desiderio instancabile di conoscenza”, animata da una sete di apprendimento che permeava ogni sua osservazione.
I loro scritti offrirono descrizioni vivide e dettagliate dei luoghi visitati, delle persone incontrate e delle usanze locali, spesso arricchite da giudizi acuti e personali. Betsey Fremantle annotò paesaggi naturali, urbani e umani con una sensibilità che spaziava dall’ammirazione alla critica severa. Julia Kavanagh utilizzò le sue osservazioni sui costumi siciliani come strumento per un’efficace critica sociale, rivelando una consapevolezza delle dinamiche di potere e delle disuguaglianze. Alice Durand Field descrisse Palermo e Monreale con una fedeltà realistica, pur non rinunciando a inserire elementi di fantasia, testimoniando una capacità di narrazione sofisticata.
Le loro reazioni alle peculiarità della vita siciliana rivelano un profondo interesse per le differenze culturali. Fanny Lewald colse l’occasione per confrontare la fervente devozione popolare durante la testa di Santa Rosalia con le più austere celebrazioni protestanti tedesche, offrendo una prospettiva comparativa illuminante. Lucinda Darby-Griffith notò il rilassamento dei costumi attribuibile al clima mediterraneo e analizzò con finezza il ruolo e le consuetudini delle donne siciliane.
La gamma delle loro emozioni di fronte alla Sicilia fu vasta e variegata. L’incanto per la bellezza naturale e le vestigia storiche traspare dalle parole di Cornelia Knight a Palermo, dalle descrizioni dei paesaggi primaverili di Emily Birchall e dalla meraviglia di Anne Brassey per la costa settentrionale. Allo stesso tempo, alcune viaggiatrici non esitarono a esprimere critiche o delusioni, come Frances Anne Emily Vane per l’aspetto poco “orientale” di Palermo, Mary Carleton per le precarie condizioni sanitarie e alberghiere, e Maude Valérie White per percepita arretratezza di Bronte.
Questi viaggi trascendevano la mera esplorazione geografica, trasformandosi in esperienze personali che lasciarono un segno indelebile nelle loro vite. Per Jeannette Villepreux, la scoperta del mare fu un evento trasformativo. Per Elpis Melena, il viaggio alle Eolie divenne un’intensa esplorazione interiore. Per Emily Birchall, il viaggio di nozze fu vissuto con una profondità emotiva particolare.
Infine, la figura di Marie Wolkonsky Longuine, pittrice che nel 1913 immortalò visivamente le sue impressioni di un viaggio attraverso la Sicilia, toccando sia mete iconiche che località meno conosciute, testimonia come l’isola continuasse ad attrarre menti sensibili e artistiche anche all’inizio del Novecento.
In conclusione, le viaggiatrici che solcarono le strade della Sicilia dal Grand Tour al XIX secolo furono molto più di semplici turiste. Con il loro spirito indipendente, la loro acuta curiosità intellettuale, la loro sensibilità culturale e il loro profondo coinvolgimento personale con l’isola, offrirono sguardi inediti e prospettive preziose su un’epoca di cambiamenti e sulla persistente magia di una terra che continua ad affascinare il mondo. La loro eredità risiede non solo nei loro scritti, ma anche nell’aver contribuito, spesso inconsapevolmente, a ridefinire il ruolo e le aspirazioni della donna in un mondo in evoluzione.
Prof. Rosalba Panvini, Archeologa; Prof. Damiano Calabrese, Curatore della Biblioteca del Viaggio in Sicilia.
