QUANDO NEL RAGUSANO SI CUOCEVANO LE PIETRE

by Rosario Zaccaria
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Storia ed evoluzione delle “Carcare” sui monti Iblei

 

 Sparse per le campagne iblee, da Scicli a Modica e a Ragusa, è possibile imbattersi in delle antiche fornaci chiamate carcare, autentici monumenti di pietra di forma quasi circolare, costruite per cuocere la roccia calcarea per produrre a caucina (la calce).

Affioramento di calcare duro

Affioramento di calcare duro

Le carcare venivano costruite in maniera non casuale ma si teneva conto della vicinanza della materia prima necessaria per la produzione. Due erano le cose strettamente necessarie: la roccia calcarea e il combustibile per ardere la carcara.

Essendo difatti gran parte del tavolato ibleo di natura calcarea, dove predomina l’affioramento della cosiddetta alternanza calcarenitico-marnosa, di età miocenica (15 m.a.), appartenente alla Formazione geologica denominata Ragusa, altresì considerato che in quest’area la vegetazione predominante è il carrubo ecco che allora si cavava la roccia calcarea e si raccoglievano, durante i primi giorni di agosto, le foglie di carrubo da abbancare a mucchi, con pareti più verticali possibili, denominati burgi, utilizzate come principale combustibile.

Precisamente dell’alternanza calcarenitico-marnosa veniva cavato dai pirriaturi lo strato di calcare duro biancastro (petra viva o petra ro forti) composizionalmente costituito almeno al 98% di carbonato di calcio scartando lo strato di calcare marnoso tenero giallastro (petra morta o petra ro francu) costituito oltre che da calcare anche da circa il 15% di argilla, pertanto non idoneo.

Carcara C.da Passo Parrino, Modica

Carcara C.da Passo Parrino, Modica

I ciottoli lavorati dagli scalpellini, opportunamente sistemati dentro la carcara dai mastri a formare un dammuso, venivano raccolti anche lungo i torrenti (i cavi) per quelle carcare costruite in vicinanza degli argini, o dai campi oggetto di spietramento. I carrettieri con i carri trasportavano alla fornace oltre che la pietra anche le foglie di carrubo spazzate da sotto gli alberi con l’aiuto di tanti giovani lavoranti. Altro combustibile era costituito da paglia (pagghia), pula (susca), segatura (sirratura), nocciolino del frantoio oleario (nuozzulu), mallo e guscio di mandorla (cozza ri miennila).

I ciottoli di forma opportuna e sapientemente sistemati nel posto giusto all’interno della carcara, prendevano il nome di pinnienti, tannuredde, petra o muru, accuraturi, cirnitura, leffi, cupiecchi, valatuni.

Le fornaci hanno un diametro di circa 8-10 m con muri spessi anche 2 m (costruite quasi a secco e con terra nella parte centrale) per evitare la dispersione del calore, infossate di circa 1 m per permettere di costruire un canale di aerazione (calamita) per facilitare la combustione. Sono alte circa 2,5 m fuori terra e senza tetto di copertura.

Carcara C.da San Giovanni al Prato, Scicli

Carcara C.da San Giovanni al Prato, Scicli

Il ciclo di produzione durava circa 15 giorni mentre per la solo cottura necessitavano 48-50 ore. Gli addetti ad ardere, che dovevano alimentare in modo continuo il fuoco, facevano turni di 2 ore e 4 ore di riposo. Finita la cottura e consumata da tutti i carcarari una cena (a scialata) offerta dal proprietario, dopo 24 ore di riposo, in coincidenza della domenica notte, dopo aver abbattuto la porta della carcara, s’iniziava a sfornare la calce a mani nude riempendo le ceste (cruveddi) da scaricare sui carri. Mal di schiena e ustioni erano frequenti nei carcarari per via della posizione china durante il lavoro e per la caratteristica della calce viva (CaO) ottenuta dal calcare (CaCO3) che a contatto con l’acqua o semplicemente con il sudore reagiva producendo calore, così come durante la fase dello spegnimento all’interno di vasconi o stagnuna pieni d’acqua dove si buttava la calce viva per ottenere quella spenta (Ca(OH)2) poi da utilizzare subito nei cantieri che si aprivano il lunedì.

Carcara di C.da Spana Scicli

Carcara di C.da Spana Scicli

Le carcare esempio di archeologia industriale ma quasi a conduzione familiare hanno funzionato fino agli anni sessanta coincidente con l’arrivo del cemento ed ognuno di essa produceva circa 250 quintali di calce per essere venduta a 2 lire al chilogrammo. Un lavoro molto faticoso e pericoloso ormai scomparso di cui oggi ci rimane la testimonianza delle sole carcare purtroppo ancora non tutelate e salvaguardate.

Carrubeto

Carrubeto

Foglie di carrubo

Foglie di carrubo

Bibliografia

CARBONE M. (2008) La vita lavorativa condotta dai carcarari. Esplorambiente Editore, Scicli (RG), Quaderni di Esplorambiente n. 1.

CARCARELLO G. (2008) La costruzione e il funzionamento delle carcare. Esplorambiente Editore, Scicli (RG), Quaderni di Esplorambiente n. 1.

INÌ M.V. (2008) L’utilizzo della calce. Esplorambiente Editore, Scicli (RG), Quaderni di Esplorambiente n. 1.

ZACCARIA R. (2008) Gli aspetti geologici relativi alla nascita delle carcare. Esplorambiente Editore, Scicli (RG), Quaderni di Esplorambiente n. 1.

ZACCARIA R. (2020) Le carcare e i muragghi dell’altopiano ibleo. Società italiana di Geologia Ambientale, Geologia dell’ambiente N. 2/2020.

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