CHERNOBYL, NEL CUORE FERITO D’EUROPA

by Marco Neri
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Quanto dista la Sicilia da Chernobyl? Circa duemila chilometri. Sembrano molti, eppure esistono eventiĀ capaci di produrre conseguenze su scala globale. L’incidente di Chernobyl, ad esempio, generò un falloutĀ che si diffuse in gran parte dell’emisfero settentrionale, con tracce rilevabili anche in Sicilia, seppur a livelliĀ molto inferiori rispetto alle aree prossime al reattore. Oggi, mentre in Italia si riapre il dibattito sullaĀ possibilitĆ  di costruire nuove centrali nucleari — dopo che il referendum del 1987 ne aveva sancitoĀ l’abbandono — ci ĆØ sembrato opportuno ripercorrere quei drammatici giorni di oltre quarant’anni fa. LoĀ faremo in due puntate: la prima dedicata alle testimonianze di chi visse l’incidente in diretta, la secondaĀ focalizzata sui rischi che ancora oggi derivano da quel disastro. A guidarci in questo viaggio nel tempo sarĆ  ilĀ giornalista Orazio Valenti, che si recò più volte sui luoghi poco dopo l’esplosione, diventando cosƬ unĀ testimone diretto di un evento che ha cambiato per sempre il modo di percepire l’energia nucleare.

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– PRIMA PARTE –

Il nome Chernobyl oggi non evoca soltanto un luogo, ma soprattutto una data: 1986 (Fig. 1). Per chi ĆØĀ venuto al mondo dopo quell’anno, la catastrofe nucleare ĆØ un archivio di immagini lontane, un eventoĀ studiato più che ricordato. Per chi invece ha vissuto quei giorni — anche solo attraverso uno schermo o unaĀ voce alla radio — Chernobyl rappresenta un punto di rottura epocale: l’istante in cui il mondo ha scopertoĀ che il progresso può tradire, che la tecnologia può sfuggire di mano.
Ho incontrato Orazio Valenti in un pomeriggio di primavera, sfogliando carte e riviste e analizzandoĀ fotografie di un altro mondo. Lui ĆØ uno dei pochi giornalisti italiani che, negli anni successivi all’incidente, haĀ attraversato più volte la Zona di Esclusione (quella contaminata o interdetta), raccogliendo testimonianzeĀ che oggi rischiano di dissolversi nell’oblio.
Questo reportage nasce da quell’incontro. Nasce dal bisogno di ricordare, di capire, di restituire voce a chiĀ l’ha persa. Nasce dalla convinzione che la memoria non sia l’archivio del passato, ma il dovere del presente,Ā anche in un luogo come la Sicilia distante duemila chilometri da Chernobyl, eppure ugualmente raggiuntaĀ dalla ricaduta radioattiva. La stanza in cui lo incontro diventa, cosƬ, una finestra su un passatoĀ frettolosamente rimosso: fotografie in bianco e nero, sguardi penetranti e spesso tristi. Ogni immagineĀ trattiene un respiro, un dolore, un gesto di coraggio. Orazio le sfiora come si sfiora la pelle di un ricordo.

Figura 1 - Veduta aerea del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl nei giorni successiviĀ all’esplosione del 26 aprile 1986. L’immagine mostra la struttura gravemente danneggiata, con il nucleoĀ esposto, i crolli delle pareti e i detriti radioattivi dispersi nell’area circostante. Foto: IAEA / CC BY-SA 2.0.

CHERNOBYL NON FU UN INCIDENTE. FU UN VARCO.
Ā«Chernobyl non fu un incidenteĀ», mi dice Orazio. Ā«Fu un varco. Un passaggio improvviso da un’epocaĀ all’altra.Ā»
Ricorda le prime notizie: frammentarie, quasi irreali. Ricorda i bambini caricati sugli autobus, i villaggi svuotati, i militari che correvano senza sapere dove andare. «Sembrava un film apocalittico, The Day After.
E invece era la realtĆ .Ā»
Mentre il mondo si interrogava — PerchĆ© non lo hanno evitato? PerchĆ© non lo hanno fermato? — lƬ, sulĀ posto, nessuno sapeva davvero cosa stesse accadendo (Fig. 2). Ā«I responsabili politici e scientificiĀ diffondevano comunicati confusi. Non avevano risposte. Nessuno le aveva.Ā»

Figura 2 - Operazione di decontaminazione nell’area della centrale di Chernobyl nei giorni successivi all’esplosione del reattore 4 (aprile–maggio 1986). Un elicottero Mi-8 irrora una soluzione fissativa progettata per bloccare le particelle radioattive depositate al suolo e ridurre la risospensione delle polveri contaminate. Foto: IAEA / CC BY-SA.

GLI UOMINI CHE SCELSERO DI RESTARE
Ā«Furono uomini senza nome, senza gradi, senza protezioniĀ», racconta Orazio. Ā«I soccorritori volontari, iĀ vigili del fuoco non addestrati al rischio radiologico, gli operai che si gettarono sulle macerie del reattoreĀ esponendosi a 600–1.000 R/h (roentgen all’ora, una dose letale in tempi molto brevi) (Fig. 2 e 3).Ā»
Molti non avevano mai visto un dosimetro, il piccolo strumento utilizzato per misurare il livello di
radioattivitĆ  nell’aria, negli oggetti o sui vestiti. Altri lo nascondevano, perchĆ© sapevano che avrebbe segnato la loro condanna.
«Hanno incarnato un insegnamento che oggi sembra quasi impossibile: Ama il prossimo tuo come te stesso, anzi: più di te stesso.»
Mi mostra una fotografia: un uomo in tuta bianca, il volto segnato, gli occhi che guardano oltre l’obiettivo.
«Sasha mi disse: Eravamo in 16. Nascondevamo il dosimetro. Sapevo di avere già ricevuto una dose così alta da poter morire in qualsiasi momento.»
Poi mi parla di Viaceslav. «Trascinava una gamba. Mi prese sottobraccio e mi disse: Il 1° maggio 1986 lavoravamo sulle ciminiere del reattore esploso. Con coraggio, sostituimmo la bandiera che ardeva.»
Erano uomini che si muovevano tra le macerie come astronauti su un pianeta ostile. Non per eroismo, ma perchƩ qualcuno doveva farlo. Un destino crudele li aveva chiamati ad un sacrificio supremo, e loro avevano risposto, da eroi del nostro tempo.

Figura 3 - Squadra di decontaminazione al lavoro nell’area di Chernobyl nella primavera del 1986, nei giorni successivi all’esplosione del reattore 4. Tecnici in tute protettive integrali lavano un veicolo con getti ad alta pressione e soluzioni decontaminanti, per rimuovere o fissare il materiale radioattivo depositato sulle superfici. Foto: IAEA / CC BY-SA.

LA SCIENZA DELLA CATASTROFE: ā€œIL REATTORE FERMO ƈ PIƙ PERICOLOSO DI QUANDO LAVORA.ā€
Secondo alcuni rapporti sovietici interni Ā«la foresta rossa bruciò perchĆ© ricevette tra 1.000 e 10.000 roentgenĀ» (n.d.r., unitĆ  di esposizione alle radiazioni ionizzanti, oggi sostituita dal sievert), racconta. Subito dopo l’esplosione, molti frammenti di grafite emettevano da 5.000 a 15.000 R/h (dosi incompatibili con la sopravvivenza umana). Ā«Alcuni frammenti di grafite del nocciolo, scagliati fino a due chilometri di distanza, emettevano fino a 300 R/h anche tre anni dopo, un livello ancora estremamente pericoloso.Ā»
Il materiale volatilizzato dal reattore 4 equivaleva, in termini di radioattivitĆ  dispersa, a un quantitativo di radioattivitĆ  molto superiore a quello di una singola bomba atomica. Una percentuale significativa dell’inquinamento si propagò anche attraverso l’acqua, raggiungendo il sistema fluviale del Dnieper e, in forma più diluita, il Mar Nero, e infine il Mediterraneo.

Figura 4 - Mappa della contaminazione radioattiva nell’area di Chernobyl nel 1996, dieci anni dopo l’incidente. Le diverse tonalitĆ  indicano la concentrazione di cesio-137 depositato al suolo (in kBq/m²): i colori giallo arancio rappresentano livelli moderati di contaminazione, mentre le aree rosse e marroni indicano zone ad alta e altissima ricaduta radioattiva, corrispondenti ai territori più colpiti dal fallout. Fonte: Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA.

Ā«E poi c’era la veritĆ  più inquietanteĀ», aggiunge. Ā«L’ingegnere Eughenij Akimov mi disse: Il reattore fermo ĆØ più pericoloso di quando lavora, perchĆ© il calore residuo non si dissipa.Ā»
Poi mi parla di Sasha Nistrianu, ingegnere nucleare (Fig. 5). Ā«Quella notteĀ», racconta, Ā«il reattore era stato portato in una condizione anomala. Si voleva eseguire un test sulla turbina che era stato rinviato troppe volte. Quando finalmente il test iniziò, il reattore si trovava giĆ  fuori dal suo regime stabile: erano state attivate simultaneamente troppe pompe di circolazione, e questo aveva raffreddato eccessivamente il nocciolo, facendo crollare la potenza molto più del previsto. Per evitare lo spegnimento automatico, furono disattivati diversi sistemi di sicurezza ed estratte più barre di controllo del consentito. A quel punto, l’acqua nel nocciolo cominciò a bollire. Tutto questo rese il reattore estremamente instabileĀ». Si ferma un istante, come per pesare le parole. Ā«In quelle condizioniĀ», aggiunge, Ā«bastava un singolo errore per innescare la reazione incontrollata. E l’errore arrivò: premettero il pulsante AZ5, il comando di spegnimento d’emergenza. Ma le barre di controllo dell’RBMK avevano punte di grafite che, entrando per prime nel nocciolo, invece di assorbire neutroni, aumentarono la reattivitĆ  proprio nella zona più instabile del reattore. CosƬ, invece di spegnerlo, l’AZ5 provocò un picco improvviso di potenza. Fu l’innesco finaleĀ».

Figura 5 - Il giornalista Orazio Valenti (a sinistra) in colloquio con il fisco dirigente della sala di controllo del reattore n. 1 di Chernobyl, durante una visita ispettiva negli anni successivi al disastro. Foto dall’archivio personale di O. Valenti.

IL MISTERO SOTTO IL COMBUSTIBILE FUSO
Ā«Per ora il peggio ĆØ rimandato, ma cosa sta accadendo sotto il combustibile fuso del quarto reattore?Ā», dice Orazio. Ā«La veritĆ  ĆØ che non possiamo saperlo davvero. Nessuno può avvicinarsi al Corium, la massa fusa del reattore nucleare (Fig. 6), e non esistono strumenti in grado di mostrarci cosa succede all’interno di quella massa vetrosa e irregolare. Possiamo solo misurare ciò che accade in superficie: neutroni, umiditĆ , temperatura. Ma non sappiamo come l’acqua che si infiltra nelle fratture interagisca con il materiale fuso, nĆ© come evolverĆ  nel lungo periodo. La nuova copertura riduce i rischi, certo, ma non risolve il problema
fondamentale: le scorie rimangono lì, inaccessibili, e saranno sempre più difficili da gestire».

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