Quanto dista la Sicilia da Chernobyl? Circa duemila chilometri. Sembrano molti, eppure esistono eventiĀ capaci di produrre conseguenze su scala globale. Lāincidente di Chernobyl, ad esempio, generò un falloutĀ che si diffuse in gran parte dellāemisfero settentrionale, con tracce rilevabili anche in Sicilia, seppur a livelliĀ molto inferiori rispetto alle aree prossime al reattore. Oggi, mentre in Italia si riapre il dibattito sullaĀ possibilitĆ di costruire nuove centrali nucleari ā dopo che il referendum del 1987 ne aveva sancitoĀ lāabbandono ā ci ĆØ sembrato opportuno ripercorrere quei drammatici giorni di oltre quarantāanni fa. LoĀ faremo in due puntate: la prima dedicata alle testimonianze di chi visse lāincidente in diretta, la secondaĀ focalizzata sui rischi che ancora oggi derivano da quel disastro. A guidarci in questo viaggio nel tempo sarĆ ilĀ giornalista Orazio Valenti, che si recò più volte sui luoghi poco dopo lāesplosione, diventando cosƬ unĀ testimone diretto di un evento che ha cambiato per sempre il modo di percepire lāenergia nucleare.
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– PRIMA PARTE ā
Il nome Chernobyl oggi non evoca soltanto un luogo, ma soprattutto una data: 1986 (Fig.āÆ1). Per chi ĆØĀ venuto al mondo dopo quellāanno, la catastrofe nucleare ĆØ un archivio di immagini lontane, un eventoĀ studiato più che ricordato. Per chi invece ha vissuto quei giorni ā anche solo attraverso uno schermo o unaĀ voce alla radio ā Chernobyl rappresenta un punto di rottura epocale: lāistante in cui il mondo ha scopertoĀ che il progresso può tradire, che la tecnologia può sfuggire di mano.
Ho incontrato Orazio Valenti in un pomeriggio di primavera, sfogliando carte e riviste e analizzandoĀ fotografie di un altro mondo. Lui ĆØ uno dei pochi giornalisti italiani che, negli anni successivi allāincidente, haĀ attraversato più volte la Zona di Esclusione (quella contaminata o interdetta), raccogliendo testimonianzeĀ che oggi rischiano di dissolversi nellāoblio.
Questo reportage nasce da quellāincontro. Nasce dal bisogno di ricordare, di capire, di restituire voce a chiĀ lāha persa. Nasce dalla convinzione che la memoria non sia lāarchivio del passato, ma il dovere del presente,Ā anche in un luogo come la Sicilia distante duemila chilometri da Chernobyl, eppure ugualmente raggiuntaĀ dalla ricaduta radioattiva. La stanza in cui lo incontro diventa, cosƬ, una finestra su un passatoĀ frettolosamente rimosso: fotografie in bianco e nero, sguardi penetranti e spesso tristi. Ogni immagineĀ trattiene un respiro, un dolore, un gesto di coraggio. Orazio le sfiora come si sfiora la pelle di un ricordo.
CHERNOBYL NON FU UN INCIDENTE. FU UN VARCO.
Ā«Chernobyl non fu un incidenteĀ», mi dice Orazio. Ā«Fu un varco. Un passaggio improvviso da unāepocaĀ allāaltra.Ā»
Ricorda le prime notizie: frammentarie, quasi irreali. Ricorda i bambini caricati sugli autobus, i villaggi svuotati, i militari che correvano senza sapere dove andare. «Sembrava un film apocalittico, The Day After.
E invece era la realtĆ .Ā»
Mentre il mondo si interrogava ā PerchĆ© non lo hanno evitato? PerchĆ© non lo hanno fermato? ā lƬ, sulĀ posto, nessuno sapeva davvero cosa stesse accadendo (Fig. 2). Ā«I responsabili politici e scientificiĀ diffondevano comunicati confusi. Non avevano risposte. Nessuno le aveva.Ā»
GLI UOMINI CHE SCELSERO DI RESTARE
Ā«Furono uomini senza nome, senza gradi, senza protezioniĀ», racconta Orazio. Ā«I soccorritori volontari, iĀ vigili del fuoco non addestrati al rischio radiologico, gli operai che si gettarono sulle macerie del reattoreĀ esponendosi a 600ā1.000 R/h (roentgen allāora, una dose letale in tempi molto brevi) (Fig. 2 e 3).Ā»
Molti non avevano mai visto un dosimetro, il piccolo strumento utilizzato per misurare il livello di
radioattivitĆ nellāaria, negli oggetti o sui vestiti. Altri lo nascondevano, perchĆ© sapevano che avrebbe segnato la loro condanna.
«Hanno incarnato un insegnamento che oggi sembra quasi impossibile: Ama il prossimo tuo come te stesso, anzi: più di te stesso.»
Mi mostra una fotografia: un uomo in tuta bianca, il volto segnato, gli occhi che guardano oltre lāobiettivo.
«Sasha mi disse: Eravamo in 16. Nascondevamo il dosimetro. Sapevo di avere già ricevuto una dose così alta da poter morire in qualsiasi momento.»
Poi mi parla di Viaceslav. «Trascinava una gamba. Mi prese sottobraccio e mi disse: Il 1° maggio 1986 lavoravamo sulle ciminiere del reattore esploso. Con coraggio, sostituimmo la bandiera che ardeva.»
Erano uomini che si muovevano tra le macerie come astronauti su un pianeta ostile. Non per eroismo, ma perchƩ qualcuno doveva farlo. Un destino crudele li aveva chiamati ad un sacrificio supremo, e loro avevano risposto, da eroi del nostro tempo.
LA SCIENZA DELLA CATASTROFE: āIL REATTORE FERMO Ć PIĆ PERICOLOSO DI QUANDO LAVORA.ā
Secondo alcuni rapporti sovietici interni Ā«la foresta rossa bruciò perchĆ© ricevette tra 1.000 e 10.000 roentgenĀ» (n.d.r., unitĆ di esposizione alle radiazioni ionizzanti, oggi sostituita dal sievert), racconta. Subito dopo lāesplosione, molti frammenti di grafite emettevano da 5.000 a 15.000 R/h (dosi incompatibili con la sopravvivenza umana). Ā«Alcuni frammenti di grafite del nocciolo, scagliati fino a due chilometri di distanza, emettevano fino a 300 R/h anche tre anni dopo, un livello ancora estremamente pericoloso.Ā»
Il materiale volatilizzato dal reattore 4 equivaleva, in termini di radioattivitĆ dispersa, a un quantitativo di radioattivitĆ molto superiore a quello di una singola bomba atomica. Una percentuale significativa dellāinquinamento si propagò anche attraverso lāacqua, raggiungendo il sistema fluviale del Dnieper e, in forma più diluita, il Mar Nero, e infine il Mediterraneo.
Ā«E poi cāera la veritĆ più inquietanteĀ», aggiunge. Ā«Lāingegnere Eughenij Akimov mi disse: Il reattore fermo ĆØ più pericoloso di quando lavora, perchĆ© il calore residuo non si dissipa.Ā»
Poi mi parla di Sasha Nistrianu, ingegnere nucleare (Fig. 5). Ā«Quella notteĀ», racconta, Ā«il reattore era stato portato in una condizione anomala. Si voleva eseguire un test sulla turbina che era stato rinviato troppe volte. Quando finalmente il test iniziò, il reattore si trovava giĆ fuori dal suo regime stabile: erano state attivate simultaneamente troppe pompe di circolazione, e questo aveva raffreddato eccessivamente il nocciolo, facendo crollare la potenza molto più del previsto. Per evitare lo spegnimento automatico, furono disattivati diversi sistemi di sicurezza ed estratte più barre di controllo del consentito. A quel punto, lāacqua nel nocciolo cominciò a bollire. Tutto questo rese il reattore estremamente instabileĀ». Si ferma un istante, come per pesare le parole. Ā«In quelle condizioniĀ», aggiunge, Ā«bastava un singolo errore per innescare la reazione incontrollata. E lāerrore arrivò: premettero il pulsante AZ5, il comando di spegnimento dāemergenza. Ma le barre di controllo dellāRBMK avevano punte di grafite che, entrando per prime nel nocciolo, invece di assorbire neutroni, aumentarono la reattivitĆ proprio nella zona più instabile del reattore. CosƬ, invece di spegnerlo, lāAZ5 provocò un picco improvviso di potenza. Fu lāinnesco finaleĀ».
IL MISTERO SOTTO IL COMBUSTIBILE FUSO
Ā«Per ora il peggio ĆØ rimandato, ma cosa sta accadendo sotto il combustibile fuso del quarto reattore?Ā», dice Orazio. Ā«La veritĆ ĆØ che non possiamo saperlo davvero. Nessuno può avvicinarsi al Corium, la massa fusa del reattore nucleare (Fig. 6), e non esistono strumenti in grado di mostrarci cosa succede allāinterno di quella massa vetrosa e irregolare. Possiamo solo misurare ciò che accade in superficie: neutroni, umiditĆ , temperatura. Ma non sappiamo come lāacqua che si infiltra nelle fratture interagisca con il materiale fuso, nĆ© come evolverĆ nel lungo periodo. La nuova copertura riduce i rischi, certo, ma non risolve il problema
fondamentale: le scorie rimangono lì, inaccessibili, e saranno sempre più difficili da gestire».
