SERRICOLTURA PULITA

by Guglielmo Donzella
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SERRICOLTURA PULITA

Ecco cosa si può fare

La costa Sud della Sicilia è caratterizzata dalla presenza, talora diffusa talaltra concentrata, della serricoltura: da Pachino passando per Gela-Licata fino a Marsala con il baricentro in provincia di Ragusa. Il comparto serricolo intercetta circa 8.000 – 10. 000 ettari destinati prevalentemente a specie orticole, con presenza significativa del florovivaismo in alcune aree come nel ragusano e nel marsalese.
Storicamente il comparto sorge alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso in continuità con le produzioni primaticce che già caratterizzavano tale area con inverni miti ed elevato soleggiamento.

Dal punto di vista tecnico-economico la serricoltura rappresenta un comparto ad alta intensità di lavoro e capitale e ad alta produttività. Tali caratteristiche rendono il comparto adatto ad organizzare imprese economiche efficienti anche su superfici modeste ( 2- 3 ettari): elementi che caratterizzano la struttura generale delle imprese agricole isolane. Una sintesi originale di condizioni ambientali e socio-economiche.

Nel corso degli anni il comparto ha subito una progressiva esternalizzazione delle fasi produttive che ha visto, in particolare, nella crescita del vivaismo orticolo uno dei fenomeni più vistosi, sebbene non il solo. La suddetta evoluzione si fonda su processi tecnici sofisticati ed in rapida
evoluzione sostenuti, in particolare, da una genetica vegetale in costante evoluzione. In particolare l’impiego di fertilizzanti e antiparassitari costituisce ricorso insostituibile per sostenere la produttività di cui si è fatto cenno. Infatti, la natura dei suoli su cui insiste il comparto spesso non consentirebbe tale elevata produttività trattandosi di sabbie dunali incoerenti prospicienti la costa. Tali circostanze strutturali determinano ricadute problematiche sul territorio, su cui è il caso di fare luce senza tuttavia nascondersi la complessità del fenomeno ed evitare di dare avvio ad acritiche battaglie ambientaliste.

Le categorie sociali interessate hanno trovato nella serricoltura il luogo della loro occupazione e del loro reddito a prezzo di notevoli investimenti, sacrifici ed impegno personale.
I processi produttivi si fondano su specie come Pomodoro, Melanzana, Peperone (appartenenti alla famiglia delle Solanacee) e Zucchina, Cetriolo, Melone, Anguria (appartenenti alla famiglia delle Cucurbitacee); con il pomodoro che, nelle sue varie espressioni tipologiche, fa la parte del leone
con circa i 2/3 della superficie occupata. La loro vicinanza botanica unitamente al ripetersi delle colture sullo stesso terreno creano le condizioni per la crescita esponenziale dei parassiti del terreno sia animali (Foto di copertina) che fungini (Foto n. 2)

Foto 2 Funghi nei vasi vascolari di pomodoro SERRICOLTURA PULITA
Foto 2. Funghi nei vasi vascolari di pomodoro

Tali parassiti hanno reso indispensabile, pena l’impossibilità di portare a termine il ciclo colturale, interventi di vario genere volti al loro controllo. Gli interventi volti al loro contenimento articolano un vasto arco di pratiche. Ciascuna di queste pratiche ha ricadute diverse sul piano ambientale:
fino agli anni ‘80 hanno dominato i geodisinfestanti chimici ( Bromuro di metile,1,3 dicloropropene, Metam sodium) con rilasci ambientali di metaboliti di bromo e di cloro che hanno in parte raggiunto la falda acquifera e le acque di costa. A seguito delle restrizioni imposte dalle politiche ambientali l’impiego del Bromuro di metile e, più di recente, quello degli altri geodisinfestanti è stato vietato. Tale divieto ha imposto il ricorso ad altre pratiche poiché i parassiti con la loro virulenza condizionavano l’esito delle colture.

In primo luogo ha trovato diffusione la pratica della cosiddetta

-“Solarizzazione”, consistente nell’impiego della radiazione solare per riscaldare il terreno a temperature tali da inattivare i parassiti. Tale tipo di intervento facendo ricorso all’energia solare è largamente preferibile poiché non ha ricadute ambientali.

Insieme alla “solarizzazione” hanno visto la nascita e progressiva diffusione pratiche come:

– l’innesto erbaceo, consistente nell’impiego di due unità vegetali (Foto3) di cui quella radicale con capacità di resistere ai parassiti animali e fungini. Questa pratica ha ricadute ambientali positive, qualora al termine ambiente si attribuisca un senso anche sociale, più vasto di quello comunemente inteso, nel senso che incrementa notevolmente l’occupazione femminile presso i vivai orticoli del territorio;

– la messa a punto di varietà resistenti/tolleranti messe in commercio dalle multinazionali delle sementi mediante la ricerca genetica convenzionale; neanche questa pratica ha, nell’immediato, ricadute sull’ambiente.

– infine, la coltivazione fuori suolo a ciclo aperto, in cui le colture si svolgono su un substrato artificiale e le piante vengono alimentate mediante una soluzione nutritiva contenente gli elementi chimici base della nutrizione vegetale: una estremizzazione della fertirrigazione impiegata sul terreno convenzionale (naturale). La tecnica di coltivazione fuori suolo a ciclo aperto ha notevoli ricadute sul piano ambientale poiché prevede il rilascio di una frazione della soluzione nutritiva nell’ambiente e quindi di sostanze chimiche.

Foto 3 Piantine di pomodoro innestate SERRICOLTURA PULITA
Foto 3. Piantine di pomodoro innestate

Il rilascio di sostanze chimiche, comunque avvenga, è aggravato dalla circostanza che i suoli su cui insiste la serricoltura sono, in generale, privi o quasi di frazione colloidale. I colloidi sia organici che minerali, sono caratterizzati dalla capacità di legare a sé i minerali con cui vengono a contatto e di evitarne il dilavamento. Dunque, è proprio ai colloidi che bisogna rivolgere l’attenzione per limitare il dilavamento dei materiali chimici immessi per la nutrizione, tanto per quella effettuata con il fuori suolo a ciclo aperto quanto per la comune fertirrigazione.

I collodi organici derivano dalla trasformazione dall’attacco batterico sulla sostanza organica, di qualunque provenienza, incorporata nel terreno con le pratiche della concimazione. E’ questa pratica che bisogna puntare ad incrementare per aumentare la frazione colloidale e dunque limitare il dilavamento dei materiali chimici.

Il rilascio ambientale di sostanze chimiche, in qualunque modo avvenga, non può essere ignorato per le ricadute che ha sulla falda freatica e sulla costa marina. Senza nascondersi che ipotesi di interventi radicali, come il limitare il ricorso alle colture in serra, avrebbero ricadute sociali enormi in un’area dove le possibilità occupazionali non presentano alternative.

Appare irrealistico il ricorso alle colture in fuori suolo a “ciclo chiuso” – un sistema chiuso che non prevede rilasci ambientali – poiché dal punto di vista tecnologico pone problemi di non poco conto e perché trasformerebbe il terreno agrario in mera “superficie”. La produzione orticola assumerebbe sempre più i caratteri di processo industriale con sostituzione dei chimici agli agronomi e si approderebbe al divorzio tra produzione agricola e terreno agrario con probabile aggravio dei problemi di impatto ambientale sulla costa.

In conclusione, non si può più in generale non porre la questione che il nostro modello di sviluppo dà per scontata e cioè che il consumatore abbia il diritto di trovare sul banco del supermercato pomodoro a febbraio e uva a maggio, e la soluzione di farli arrivare dall’altro emisfero non comporterebbe del resto meno problemi.

Il richiamo a stili di vita più sobri al momento, tenuto conto che se la neve non arriva si produce artificialmente e che le produzioni biologiche sono ammesse anche in serra(!), pare più esercizio da salotto che comportamento all’ordine del giorno.

Foto di copertina: radici di pomodoro con attacco di parassiti.

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