LENTISCO

by Guglielmo Donzella

(Pistacia lentiscus, L.)

Lentezza come adattamento ambientale

Per noi abitatori di città, è divenuto assai difficile vedere la natura con l’incanto dello stupore. Chi di noi dell’era invadente, talvolta arrogante, potrebbe essere attirato da un cespuglio di Lentisco?

Eppure questa specie potrebbe fare concorrenza al più titolato Ulivo.

     Nella regione mediterranea, ed in particolare nella costa sud della Sicilia, lo si ritrova ovunque. Nelle situazioni ambientali più varie fa bella presenza di sé: su suoli poveri, ma anche su rocce affioranti, fino a qualche fenditura di rocce prospicienti l’area costiera. Si esprime con architetture diverse nelle situazioni ambientali in cui trova collocazione: da albero diventa cespuglio, assume la classica conformazione semisferica fino a quella a “bandiera” lungo la direzione del vento dominante, per divenire quasi strisciante in altre aree: e tuttavia non perde mai quel rigoglioso e compatto colore verde della sua vegetazione. Come faccia a ricavare da suoli poverissimi i nutrienti ed in particolare l’azoto, per esplodere in quel colore verde, appartiene al suo mistero. Quando invece si trova in situazioni di terreno favorevoli, dove possa disporre di elementi nutritivi e di acqua a sufficienza, diventa un albero lussureggiante. E poi quei frutticini rossi poco al di sotto dell’apice vegetativo delle piante di sesso femmine, che talvolta sembrano imitare il vischio (del resto in alcuni casi viene denominato lenti-schio).

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Cespuglio di lentisco

     Questa ampia varietà di forme e di ambienti dove lo si ritrova testimonia di una grande capacità di adattamento, mirabile esempio della teoria darwiniana. Più che adattarsi sembra piuttosto però possedere una sorta di capacità di piegare l’ambiente alle sue esigenze vitali. La sua multiforme presenza, tuttavia pare essere riconducibile al fatto che porta su piante distinte le infiorescenze femminili e maschili. La fecondazione incrociata, in questo caso obbligata, conferisce alla specie una enorme variabilità genetica in grado di rispondere adeguatamente ad ogni situazione ambientale.

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Foglioline e frutticini di lentisco

Cresce lentamente (lentiscus), quasi a prendere le misure al proprio ambiente, ma anche tenacemente, vi si situa tanto che potature traumatiche e persino il fuoco non scalfiscono la sua vitalità: si riprende con estrema facilità.  Forse la tenacia è il risultato del metabolismo della lentezza. Una metafora per l’umano: potrebbe essere adottato simbolicamente come la vita che non rinuncia anche nelle situazioni avverse, ma forse per la vita non esistono situazioni avverse, ma solo circostanze da utilizzare.

     E poi quella insolita capacità di essere immune agli attacchi parassitari: fungini, batterici, virotici e di insetti. L’unica traccia di attacchi parassitari che di tanto in tanto si può osservare è costituita da qualche seghettatura del margine fogliare dei nuovi germogli primaverili, causata probabilmente dall’oziorrinco (insetto coleottero), che tuttavia non ne compromettono la vitalità.

     Nel suo nome (Lentiscus) sembra riassumersi l’essenza più profonda del suo essere e pare confermare che le denominazioni prima ancora di avere natura convenzionale sono scritte con “la carne del mondo” (Merleau-Ponty) e forse Linneo inconsapevolmente lo ha testimoniato con la denominazione attribuitagli.

Tuttavia, va sempre messo in conto che la caratteristica della sua “lentezza” più che essere un dato genetico pare invece essere la condizione che esprima il suo confinamento in situazioni ambientali marginali: infatti se si prova a collocarlo su terreni lievemente fertili e con disponibilità di acqua, allora la specie rivela una insospettata “ velocità” di crescita: in questo senso risulta in buona compagnia con l’asparago (Asparagus acutifolius) e con il cappero (Capparis spinosa – e inermis).                                                                                                                                         Guglielmo Donzella

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