Il dissesto che nel mese di gennaio 2026 ha colpito il settore occidentale dell’abitato di Niscemi è una frana di scivolamento che ha riattivato in parte una frana già esistente avvenuta il 12 ottobre del 1997, estendendosi ulteriormente verso nord. Una frana avvenuta nel marzo 1790 nella stessa area era già stata descritta dal cavaliere Saverio Landolina-Nava nella sua relazione all’Accademia delle Scienze di Napoli. La Carta geologica del Servizio Geologico d’Italia, datata 1951 (scala 1:100.000), metteva già in evidenza il coronamento della frana sul versante meridionale dell’abitato. La carta del Piano stralcio di bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.), datata 2006 e aggiornata nel 2022, riporta infine in parte l’area interessata dall’attuale dissesto, probabilmente in base ai rilievi eseguiti dopo l’evento del 1997 e i movimenti franosi del 2019. Le carte del P.A.I. classificavano quest’area come a pericolosità molto elevata, con strade e abitazioni situate lungo il ciglio della scarpata inserite in classi di rischio elevato e molto elevato.
Il fenomeno, di enormi dimensioni e difficilmente contenibile, è dovuto quindi allo scivolamento verso valle delle argille sottostanti il piastrone di sabbie poco cementate su cui è costruito l’abitato di Niscemi che a sua volta ha causato lo scalzamento alla base delle sabbie e l’arretramento progressivo della corona di frana. Ciò ha portato all’evacuazione di oltre 1.500 persone e al crollo di edifici nel centro storico. Sono state eseguite delle indagini approfondite da parte del Dipartimento Protezione Civile (DPC) e del Dipartimento Regionale Protezione Civile (DRPC) per determinare esattamente la tipologia e le cause del dissesto ma al momento si può affermare che si tratta di una frana di scivolamento composto ovvero di una combinazione tra uno scorrimento rotazionale in alto, che causa il basculamento verso monte del contatto tra argille e sabbie superiori, e uno scorrimento planare in basso, all’interno delle argille e con inclinazione verso valle, che causa lo spostamento dell’insieme verso valle. La frana mostra un coronamento lungo più di 4 km ed è stata innescata probabilmente dalle infiltrazioni di acqua delle precipitazioni meteoriche avvenute nei giorni scorsi dopo un lungo periodo di siccità che hanno causato l’appesantimento del terreno e la diminuzione della resistenza al taglio lungo un piano di scorrimento probabilmente già esistente all’interno delle argille, già vicino al limite di rottura a causa delle infiltrazioni di acque dalle sabbie soprastanti e di acque reflue sversate per decenni sul pendio (v. Relazione P.A.I.).
Anche se la fase parossistica sembra essersi attenuata, continuano i crolli lungo il coronamento. Le abitazioni costruite sul ciglio della scarpata sono quindi ad alto rischio e l’arretramento progressivo della corona potrebbe coinvolgere in futuro altre abitazioni retrostanti. Nell’immediato futuro ci si aspetta quindi un arretramento per crollo della scarpata sabbiosa sub-verticale lungo il coronamento, dove è già crollato il monumento che ricordava la chiesa delle Sante Croci, demolita dopo la frana del 1997, il quale per giorni aveva resistito sul ciglio della scarpata appena formatasi. Questa scarpata, a causa dell’erosione e di continui crolli, tenderà man mano ad assumere un angolo di riposo minore (probabilmente di circa 30°), per cui era stata interdetta una fascia di 150 m dal ciglio, ridotta ultimamente a 100 m in base alle indagini e ai monitoraggi effettuati dal DPC. In attesa di ulteriori indagini e monitoraggi, non è facile invece prevedere l’entità dell’eventuale arretramento verso l’abitato della superficie di scorrimento all’interno delle argille in profondità.
È importante sottolineare che l’area di Niscemi non è coperta attualmente dall’aggiornamento della Carta Geologica d’Italia a scala 1:50.000, così come un buon 50% del territorio nazionale. Il progetto CARG (CARtografia Geologica), che prevede il completamento della copertura, procede molto lentamente e in assenza di ulteriori finanziamenti rischia di arenarsi, lasciando scoperta una parte del nostro paese colpita da dissesti e la cui conoscenza geologica andrebbe invece approfondita per fare in modo che in futuro si possa conoscere meglio la pericolosità geologica del territorio ed intervenire con una corretta prevenzione. A tal proposito, l’edizione 2021 del Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia, la terza dedicata a questo tema a cura dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), fornisce il quadro di riferimento aggiornato sulla pericolosità per frane e alluvioni, sull’erosione costiera e sugli indicatori di rischio relativi a popolazione, famiglie, edifici, imprese e beni culturali. Inoltre il Progetto IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia), realizzato dall’ISPRA e dalle Regioni e Province Autonome, fornisce un quadro dettagliato sulla distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano. L’inventario ha censito ad oggi oltre 620.000 fenomeni franosi sul territorio nazionale. L’inventario rappresenta uno strumento conoscitivo di base per la valutazione della pericolosità da frana dei Piani di Assetto Idrogeologico (P.A.I.), per la programmazione e progettazione preliminare degli interventi di difesa del suolo e delle reti infrastrutturali ed infine per la redazione dei Piani di Emergenza di Protezione Civile.
Per quanto riguarda la Sicilia, il rischio di frana è attualmente considerato una criticità strutturale piuttosto che emergenziale, con circa il 90% dei comuni che presentano aree ad alta pericolosità. I dati più recenti dell’Ispra sul dissesto idrogeologico, aggiornati al 2024, restituiscono l’immagine di un’isola storicamente segnata dall’instabilità geomorfologica e oggi sempre più esposta agli effetti combinati dei cambiamenti climatici, dell’eccessiva urbanizzazione, dell’abusivismo e della fragilità geologica. Secondo l’ultimo rapporto, in Sicilia sono state censite 36.507 frane, con una media di circa 40 eventi l’anno, in oltre 900 anni di storia. Secondo i dati ISPRA aggiornati al 2024 e citati dal Ministro per la Protezione Civile il 4 febbraio 2026, l’8,4% del territorio regionale (circa 580 km²) rientra nella classe di rischio “molto elevato”, una percentuale tra le più alte a livello nazionale. Da chiarire che la pericolosità implica il rischio per persone e cose solamente nel caso in cui un fenomeno geologico interessa aree antropizzate altamente esposte e vulnerabili. Poiché parte del nostro territorio, oltre ad essere in queste condizioni, è anche soggetto ad incendi ed alluvioni, la situazione rischia di divenire drammatica con l’estremizzazione dei fenomeni climatici, dovuti al riscaldamento globale. In particolare, la provincia di Messina è considerata tra le più fragili a causa della combinazione di rilievi montuosi fragili, coste instabili, fiumi a regime torrentizio, di tempeste di grande potenza (i cosiddetti “medicanes”) e di un’elevata densità abitativa lungo le fasce costiere. Ciò rende buona parte di questa provincia vulnerabile rispetto a frane, alluvioni ed erosione costiera. Esempi sono rappresentati dalla tragedia di Giampilieri nel 2009 con 37 morti, la frana che ha interessato il territorio di San Fratello nel 2010, che portò duemila persone ad abbandonare le proprie case, e la distruzione della fascia costiera ionica in concomitanza con il recente ciclone Harry.
La grande sfida oggi non è solo affrontare le emergenze, ma lavorare sulla prevenzione trasformandola in una politica ordinaria, capace di unire conoscenza scientifica, pianificazione urbana e rapidità di intervento. Perché in un territorio fragile come quello siciliano o italiano, ogni frana o alluvione non prevenuta rischia di trasformarsi nell’ennesima emergenza evitabile.
