Il 4 marzo del 2026, tutti gli abitanti ai piedi meridionali dell’Etna hanno iniziato la giornata con una bella scossa, letteralmente. Una scossa sismica, una di quelle caratteristiche del comprensorio etneo, di magnitudo 4,5; magnitudo non frequente, tra le più alte che periodicamente si registrano nell’area del vulcano (Figura 1). Questa scossa, come spesso accade, non è rimasta isolata ma è poi stata seguita da decine di altri piccoli eventi, la maggior parte registrabili solo dai sensori, generando quella che viene definita una “sequenza sismica” che, al momento della scrittura di questo testo, è ancora in divenire
Una sequenza sismica è caratterizzata da una scossa principale (“mainshock”) e numerose scosse successive, dette “aftershock”, dalle nostre parti chiamate impropriamente “scosse di assestamento”. Tutte nella stessa zona, generate nello stesso volume di crosta, che si rompe lungo la stessa faglia o quelle immediatamente adiacenti (Figura 2). In questo caso, il volume di roccia interessato è quello sotto l’abitato di Ragalna, sul versante sud-occidentale dell’Etna; la faglia maggiormente indiziata è ovviamente quella nota appunto come “faglia di Ragalna”, anche se per poter emettere un verdetto definitivo sono necessarie indagini più approfondite dell’intera sequenza sismica.
Un grosso aiuto, che il segnale sismico porta già con sé, è il calcolo del “meccanismo focale”, cioè dell’orientazione degli sforzi, delle pressioni, che hanno generato quella rottura sulla faglia e la possibile orientazione della stessa superficie di rottura. Un altro indizio sarebbe la distribuzione e l’allineamento degli ipocentri, dopo aver rifinito con precisione le localizzazioni del maggior numero possibile di eventi della stessa sequenza. Gran parte delle faglie superficiali dell’Etna sono ben note e tracciate, anche con estremo dettaglio.
Le osservazioni satellitari permettono l’individuazione di deformazioni e discontinuità, spesso legate appunto a faglie superficiali (Figura 3); integrando queste osservazioni con altre strumentali e di rilievo sul campo, nel corso degli anni il livello di conoscenza delle faglie che attraversano i fianchi del vulcano è enormemente aumentato ed è in continua crescita portando, già nel 2013, alla definizione di un primo database geografico, una sorta di anagrafe delle faglie sui versanti meridionale ed orientale del vulcano (Figura 4).
La domanda più ricorrente tra gli abitanti, subito dopo un terremoto in area etnea, è però la seguente: “è un terremoto vulcanico? C’entra l’Etna?”. La domanda non è mai di facile risposta, con “terremoto vulcanico” comunemente tutti chiedono in sostanza se a generare la fratturazione sia una spinta magmatica o la tettonica regionale. Perché un terremoto è comunque generato da un evento di fratturazione lungo una faglia, quello che si vuol chiedere è quale sia la forza che ha causato la fratturazione. È una bella domanda, si tratta di individuare non solo la faglia colpevole ma pure quale sia il movente. Se per individuare la faglia sono necessarie approfondite indagini, per capire il movente, spesso è necessario anche il cosiddetto “senno di poi”, cioè valutare anche tutti gli eventi successivi, non solo sismici.
Per capire se il motore è il magma bisogna valutare, se ci sono, variazioni di altri parametri come la deformazione del vulcano, le fluttuazioni del flusso dei gas emessi dal suolo e dai crateri (SO2, CO2, He…). Anche poter calcolare più meccanismi focali
per un buon numero di eventi della stessa sequenza, aiuta a capire la distribuzione degli sforzi di compressione, se sono allineati o se provengono ad esempio da un punto dove il magma pressurizza e spinge E se il magma spinge, la roccia intorno si frattura e le faglie accomodano la deformazione del vulcano che si espande e “cede” (Figura 5). Come sempre, le risposte non vengono da una sola osservazione ma dal confronto e dall’integrazione dei dati.
Una complicazione spesso non immediata per i non addetti ai lavori è che non è detto che ciò che vediamo in superficie rispecchi la struttura crostale più in profondità. Le faglie che osserviamo sui fianchi dell’Etna potrebbero interessare solo i primi chilometri di crosta, non è così immediato associare degli ipocentri, specialmente se profondi, a qualche struttura nota e mappata in superficie. E la sequenza in questione, quella iniziata il 4 marzo, comprende ipocentri che vanno da un paio a ben 10 chilometri di profondità; sono tutti associabili alla stessa struttura? Sarà uno degli elementi su cui si sta già investigando. Non dimentichiamo che tettonica e vulcano non sono fenomeni separati; il vulcano esiste ed è lì perché c’è una tettonica che consente al magma di risalire dalle profondità. Il magma, a sua volta, spinge sulle rocce circostanti creando ulteriori sforzi che possono generare sismicità, oltre a quella già provocata dagli sforzi geodinamici regionali.
In più, a livelli più superficiali, c’è tutta la struttura vulcanica, legata alla presenza dell’edificio stesso, che non rispecchia, anzi nasconde, la struttura crostale sottostante dove forze ciclopiche guidano lo scontro tra i continenti eurasiatico e africano, generando le catene montuose e i vulcani su cui orgogliosamente viviamo.
Link alla pagina dei comunicati di attività sismica dell’INGV – Osservatorio Etneo:
https://www.ct.ingv.it/index.php/monitoraggio-e-sorveglianza/prodotti-del-monitoraggio/comunicati-
attivita-sismica
Link alla pagina dei comunicati di sciame sismico dell’INGV – Osservatorio Etneo:
https://www.ct.ingv.it/index.php/monitoraggio-e-sorveglianza/prodotti-del-monitoraggio/comunicati-attivita-sismica-sciami
