LA SERRICOLTURA IBLEA

Evoluzione e ricaduta sull'economia del territorio

by Guglielmo Donzella
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Non sfugge di certo, anche all’occasionale visitatore, la distesa di fogli di plastica che copre per almeno 5.000 ettari le serre della costa iblea. E ciò che impegna lo sguardo finisce per dominare la mente con un vago ed inquietante disagio per i temi ambientali sollecitati dalla innaturale continuità tra il polietilene e il mare.
Verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso, la coltura del pomodoro primaticcio in pieno campo, realizzata con protezioni vegetali precarie,  si trasferiva progressivamente in strutture di protezione (serre) coperte da film di polietilene (foto 1). 

L’impatto visivo che colpisce l’osservatore non è tra i più suggestivi, ma racchiude una storia che attraversa mezzo secolo, che ha rappresentato un significativo volano economico e che, nel corso della sua evoluzione, ha sviluppato la filiera dell’indotto interessando altri settori produttivi, senza trascurare il notevole impulso dato ai comparti del consumo non strettamente connessi all’agricoltura (abbigliamento, arredamento, elettronica, etc…).

Foto 1 - Pomodoro in serra

La crisi e le sue cause 

Per una visione più ampia dell’evoluzione serricola, occorre analizzare i cambiamenti avvenuti in quella che era la parte iniziale e finale del processo produttivo agricolo: da un lato la produzione delle piantine idonee ad essere trapiantate e dall’altro la selezione e il confezionamento  del prodotto agricolo.
Le piantine da trapiantare in serra venivano, fino alla metà degli anni ‘70 del secolo scorso, prodotte dalla stessa azienda dove venivano impiegate per il trapianto.
Il prodotto agricolo, pomodoro, melanzane, peperoni, etc…, dopo la raccolta subiva, fino alla fine del secolo scorso, una sommaria selezione e veniva collocato in cassette di legno di circa 12-15 Kg.
Questi processi avvenivano nel contesto dell’azienda e, nel tempo, manifestavano alcuni elementi di crisi. Mentre la superficie a serre cresceva, fino ai 3.000 ettari, la produzione restava ancorata esclusivamente alla tipologia di pomodoro delle origini (Marmande costoluto).
Questa tipologia di pomodoro rispondeva esclusivamente alle esigenze del mercato locale dove era avvenuta la selezione sin dall’inizio del 1900. Ciò limitava l’esportazione fuori dall’area isolana e determinava frequenti crisi di mercato. 

La crisi come esplorazione di nuove possibilità
La crisi può essere declinata, come pericolo o come opportunità, sia per la mancanza di alternative, ma, più probabilmente, per la fondamentale vocazione del territorio, la crisi si avvia lungo la pratica dell’esplorazione delle possibilità.
Si prova, quindi, ad ampliare sia l’offerta, incrementando la presenza del peperone e della melanzana e soprattutto delle tipologie di pomodoro (arrivate, l’insieme di quelle a maturazione rossa e maturazione verde, a ben nove tipologie), che il suo calendario, prima limitato alla stagione primaverile. 
Ciò pone la necessità di avere a disposizione al momento giusto le diverse varietà di piantine per il trapianto: sia dal punto di vista del calendario che da quello della specie, della tipologia e della cultivar.
Nel frattempo, la genetica immette sul mercato i primi semi F1, ibrido di prima generazione, ottenuto dall’incrocio dei parentali. Il costo elevato di tali sementi rende altamente rischiosa la produzione delle piantine all’interno dell’azienda.

Foto 2 - Piantine di pomodoro innestate

Il vivaismo orticolo: dalla specializzazione settoriale alla specializzazione per fasi.

Queste cause spingono a delegare la fase di produzione delle piantine all’esterno dell’azienda serricola. La sommatoria di tali deleghe diviene l’attività specializzata di altre imprese, che in virtù della loro dimensione, possono accedere alle economie di scala e rendere economicamente valido ciò che non sarebbe stato possibile per le singole imprese serricole
tradizionali. In tal modo la piantina diventa il semi-lavorato di un’altra impresa.
Tale processo, nel corso di pochi anni, diviene generalizzato ed investe l’intera economia del comparto con significative ricadute economiche nel territorio. Infatti, si tratta di processi altamente specializzati e ad alta intensità di lavoro e dunque con ricadute occupazionali rilevanti. 
Il processo in argomento, a partire dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso, subisce una ulteriore accelerazione ed intensificazione con l’entrata in scena dell’innesto erbaceo.
Per limitare gli effetti della virulenza dei parassiti terricoli si fa ricorso sempre più di frequente a piantine innestate su portinnesto resistente (foto 2).
Questa pratica, altamente specializzata, viene sempre realizzata nell’ambito di alcune imprese vivaistiche orticole.
La piantina diviene un semi-lavorato di maggior valore unitario, frutto di pratiche ad elevata intensità di lavoro, in particolare femminile. Tale scelta interpreta in pieno i principi ispiratori delle politiche ambientali.

Le ricadute occupazionali diventano ancora più significative poiché tale semi-lavorato viene spesso esportato in aree nazionali diverse da quella d’origine.

Da prodotto agricolo a bene alimentare
Analogamente a quanto accaduto nella fase iniziale del ciclo produttivo, avviene, ma successivamente, la stessa cosa anche nella parte finale del tradizionale ciclo di produzione.
Infatti, via via che il processo della distribuzione si modifica, la tradizionale e sommaria selezione, diviene sempre meno idonea alle caratteristiche richieste dalla grande distribuzione. 
Si impone la necessità, sempre più stringente, di conferire al prodotto raccolto, che conserva i caratteri di prodotto agricolo, i caratteri di bene alimentare. Tale evoluzione, prima appannaggio di poche strutture cooperative e di poche aziende private (foto 3), diviene sempre più frequente fino ad interessare gran parte di quella produzione che prima giungeva ai mercati alla produzione (Vittoria, Scicli, Santa Croce Camerina) nella forma tradizionale.
Anche questa fase del ciclo produttivo aziendale viene delegata all’esterno e si riaggrega in nuove imprese specializzate. In virtù della stessa specializzazione, tali imprese possono accedere alle economie di scala e svolgere un servizio per conto delle aziende mandatarie.
Come si vede, questa fase terminale del processo produttivo ha similitudini con quella iniziale del vivaismo orticolo, in particolare per quanto riguarda le ricadute socio-economiche.
Infatti, si tratta di un processo ad alta intensità di lavoro con evidenti ricadute occupazionali. Alla fine di questa fase il prodotto agricolo originario si carica di un valore aggiunto (Imballaggi, selezione, trasporti), che prima non aveva e costituisce una ricaduta di redditi a favore del territorio.

Foto 3 - Confezione di pomodoro

Articolazione della produzione e connessioni con il tessuto economico

La esternalizzazione delle due fasi sopra esposte ha  effetti sul cuore del ciclo produttivo agricolo. Infatti, le aziende serricole liberatesi della produzione delle piantine e del confezionamento del prodotto finale, finiscono per ampliare (fino a poco oltre i 2 ettari) la loro superficie media unitaria produttiva. Tale ampliamento, unitamente all’incremento della produttività, ha consentito all’impresa serricola, da un lato, di esaltare la sua specializzazione e, dall’altro, di compensare la sua esposizione economica. 
In sintesi queste tre fasi del ciclo produttivo hanno permesso di adeguare l’economia del territorio ai progressivi cambiamenti del contesto economico mediante la specializzazione e le connesse economie di scala.

Gli effetti di tali processi si sono trasmessi al resto dell’economia e alla società attraverso l’occupazione, in particolare femminile e di lavoratori immigrati.
Il comparto serricolo, in tal modo, è divenuto uno dei motori originali e trainanti del territorio ibleo poiché si configura come volano e stabilizzatore degli investimenti e della occupazione nella restante economia.

Effetti sulla sostenibilità
Il percorso evolutivo delineato ha avuto ricadute sulla sostenibilità del comparto. Sostenibilità che trova il suo punto di maggiore forza nella vocazione del territorio espressa dall’impiego esclusivo della tipologia di “serre fredde”. Tale punto di forza della sostenibilità ha trovato nell’innesto erbaceo e nella fase della selezione e confezionamento un ulteriore rafforzamento.
Infatti sul piano ambientale l’innesto erbaceo ha contribuito alla riduzione dell’impiego dei geodisinfestanti chimici; mentre, in tema occupazione, hanno contribuito alla sostenibilità sociale.
Resta da chiedersi se l’inquietante vista della plastica di copertura delle serre possa confortarsi pensando a quei 15-20 mila  occupati (in larga parte lavoratori immigrati) che sotto quella plastica hanno trovato lavoro e reddito.
Non è certo un caso se  i risultati economici aggregati della provincia iblea siano migliori rispetto alle altre province dell’isola.

In copertina: confezioni di pomodoro in cassette

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