ETNA: MONTE SONA E MONTE MANFRE’

Un'escursione semplice tra colate e boschi

by Antonio De Luca
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Sull’Etna capita spesso di sentir parlare degli stessi luoghi, forse più famosi solo per il fatto di essere più facilmente raggiungibili in auto o nei pressi di siti molto turistici. Ma l’Etna è grande e ci sono molti posti che meritano di essere scoperti, sempre nel rispetto della natura e con la curiosità di chi li osserva per la prima volta.

Oggi vi racconterò un luogo che sono in realtà due diversi, posti fianco a fianco. Si trovano sul versante sud dell’Etna, tra i 1300 ed i 1400 metri: Monte Sona e Monte Manfrè.

Due monti, due eruzioni

Si tratta di due coni piroclastici, ovvero dei monti formatisi a causa dell’attività esplosiva che, attraverso il lancio di brandelli di lava che ricadono nei pressi delle bocche eruttive, costruisce strutture naturali che a volte possono essere davvero massicce. In entrambi i casi si è trattato di un’eruzione laterale, cioè un tipo di eruzione che avviene lungo i fianchi di un vulcano, e che può produrre colate laviche che in alcuni casi raggiungono quote basse. Secondo la Carta Geologica del Vulcano Etna (Branca et alii, 2011), essi sono il frutto di eruzioni verificatesi in un periodo compreso tra i 15.000 ed i 4.000 anni dal presente, quindi parliamo di un tempo in cui non c’era alcuna documentazione delle eruzioni dell’Etna e non c’era nessuno dei centri abitati che oggi popolano lo stesso versante. Tutto ciò che sappiamo su quelle lontane attività lo dobbiamo allo studio dei prodotti che hanno lasciato sul territorio. 

Si è trattato quasi certamente di due eruzioni diverse, rispettivamente identificate nella Carta Geologica con le lettere “qc” e “ft” (Branca et alii, 2011), magari avvenute a secoli o millenni di distanza, ma visto il grande lasso di tempo che è passato, la differenza di età non ci mostra nessuna evidenza. Monte Sona ha prodotto una colata lavica molto importante, che ha raggiunto i 450 metri s.l.m., spingendosi alla periferia occidentale di Belpasso; mentre di Monte Manfrè sappiamo ancora meno, visto che la sua colata è stata coperta dai prodotti delle eruzioni successive ed oggi, in gran parte, non è più visibile.

 

Monte Sona, una passeggiata tra i boschi

Nello stesso luogo che durante l’eruzione doveva apparire come un paesaggio infernale, nel tempo è cresciuto un fitto bosco, che oggi è possibile attraversare mediante uno sterrato che accosta i monti e permette di arrivare fino in cima.

Monte Sona è in gran parte composto da piante di pino laricio e roverella, ma sono presenti anche lecci, ginestre ed altre piante, tipiche dei luoghi o frutto di rimboschimenti. Passeggiare sotto la loro ombra trasmette una grande sensazione di serenità, con percezioni che cambiano durante le stagioni. In inverno, ad esempio, i rami avvizziti delle querce proiettano lungo il sentiero delle ombre nette che formano disegni variegati, su cui sembra quasi di poter inciampare. In primavera, invece attira di più il verde chiaro delle foglie appena nate e che si apprestano ad intraprendere il breve viaggio che entro pochi mesi le porterà in terra.

Il tracciato che porta sull'orlo del cratere del Monte Sona

D’un tratto, il bosco è interrotto quasi all’improvviso da un muro di roccia imponente, alto una decina di metri, che appartiene alla colata lavica del 1983, accanto cui si trova una colata maggiormente schiarita dal tempo, che è quella del 1910. Siamo in una tra le zone più attive dell’Etna, il cosiddetto “rift sud”, dove nel passato più e più volte la lava ha trovato una strada per arrivare in superficie, producendo delle eruzioni molto importanti.

Continuando lungo il tracciato, con una breve salita si riesce ad arrivare sull’orlo del cratere di Monte Sona e ci si accorge che si tratta in realtà di almeno due bocche unite insieme a formare un’unica cavità ellittica. Le bocche sono interamente ricoperte dal bosco, ma ci sono dei punti in cui si può apprezzare bene l’ampiezza dei crateri, che appaiono imponenti.

Lungo il percorso si incontrano muretti in pietra lavica e staccionate in legno; sono opere che impreziosiscono il paesaggio perché riutilizzano i materiali dello stesso vulcano, unendo la necessità di rendere fruibili i luoghi con il rispetto dell’ambiente.

Opere di contenimento realizzate con lo stesso materiale del vulcano

Sul punto più alto si trova anche un piccolo edificio chiuso, usato come torretta per avvistamento incendi. In effetti questo è il punto da cui il paesaggio si mostra più aperto: si vede buona parte dell’Etna e fino alla cima, a volte innevata e a volte ricoperta di cenere e lapilli neri, con pennellate di zolfo che si perdono in mezzo al gas che viene emesso perennemente. La maggior parte della sciàra che si vede (parola che indica i terreni lavici e che proviene da un termine arabo con il significato di  “deserto”) appartiene alla colata lavica del 1983. È stata un’eruzione molto importante, che ha coperto una grande superficie, portando via svariate villette e terreni coltivati, ma soprattutto passata alla storia per il primo tentativo al mondo di deviazione di una colata lavica usando l’esplosivo, sebbene gli effetti reali sull’eruzione non siano stati quelli allora sperati.

In mezzo alla sciàra sembrano quasi galleggiare degli isolotti di vegetazione, che sono altri crateri antichi che si sono costruiti il loro bell’apparato piroclastico. Il più evidente è Monte Vetore, con le dimensioni maggiori, sulla sinistra, ed anch’esso preistorico, mentre dal lato opposto il quadro si chiude con i Crateri Silvestri del 1892.

Nel mezzo serpeggia la strada, con le auto che salgono verso le massime quote raggiungibili, apparendo da lì come dei giocattoli animati a corda.

 

Punto panoramico verso le quote alte dell'Etna dalla cima di Monte Sona. La sciara più scura è quella dell'eruzione 1983, che ha attorniato dei vecchi coni piroclastici che appaiono come delle isolette di vegetazione in mezzo alla lava

Lungo il percorso che attornia Monte Sona si trovano anche delle piccole aree attrezzate, comprese di barbecue, pronte ad accogliere i visitatori, che devono sempre impegnarsi affinché della loro visita non rimanga traccia.

 

Monte Manfrè e il suo rifugio

Attraversando la colata del 1910 si passa da Monte Sona a Monte Manfrè, entrambi sono raggiungibili dalla Strada Provinciale 92, che presenta un ingresso sud e un ingresso nord.

Monte Manfrè presenta un bosco principalmente di roverella, ma a dispetto di Monte Sona non ha un tracciato largo ed evidente che porta in cima e bisogna piuttosto seguire dei percorsi dentro il bosco. Tuttavia, la visita della cima di quest’ultimo non è particolarmente interessante poiché, a causa della fitta vegetazione, non è visibile nessun panorama. 

Quel che rende importante Monte Manfrè è la presenza di un rifugio costruito dal Comune di Belpasso nel 2015, al posto di un edificio rurale ormai abbandonato e semidistrutto. Sebbene sia molto recente, rispetta lo stile degli antichi rifugi, mostrando una muratura esterna in pietra lavica e un tetto in coppi.

Il Rifugio Manfrè è dato in gestione a due persone che con passione e impegno lo curano dalla sua apertura e danno disponibilità degli ambienti per la sosta notturna (max 10 posti) o per consumare un pasto usufruendo dei servizi del rifugio, facendo anche molta attenzione all’utilizzo di acqua, bene preziosissimo perché non sempre nei rifugi di montagna è disponibile una fornitura costante e bisogna utilizzare quella piovana, evitando il più possibile sprechi. Per utilizzare i servizi offerti dal Rifugio Manfrè è necessaria la prenotazione e il pagamento di un biglietto.

 

L'edificio rurale ormai abbandonato (sinistra) che si trovava al posto del Rifugio Monte Manfrè e così come appariva successivamente alla ristrutturazione (destra)

Questa zona è attraversata anche dal sentiero 786 del CAI, che parte da Belpasso e arriva qui dopo 15 km. Il che ne fa anche un itinerario interessante per gli escursionisti che vogliono scoprire grandi fette dell’Etna a piedi, approfittando della serenità e della bellezza che regalano questi luoghi.

 

Per saperne di più, vi lascio il link del mio documentario “Etna – Monte Sona e Monte Manfrè” (2019):

https://www.youtube.com/watch?v=0-aUHC8PFnA

 

In copertina Monte Manfrè ( 1460 m a sinistra) e Monte Sona (1398 m). In primo piano la colata lavica del 1983

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